Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 13 – Il dominò misterioso -2


Firenze - L'antico ghetto - immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899
Firenze – L’antico ghetto – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di Eugenio Müntz, Fratelli Treves Editori, 1899

[…]
Per mezzo di uno scudiscio, che teneva in mano, allontanò la folla dei ragazzi, che si accalcavano all’intorno ; quindi con una voce stentorea e rantolosa, cominciò a gridare a piena gola:

“Rispettabile pubblico ed inclita guarnigione dell’uno e dell’altro sesso.
Essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, mi son voluto procreare il bene, il piacere, l’onore e il vantaggio di presentarvi davanti agli occhi un noto nano, sconosciuto finora in questi paesi e del quale forse avrete veduto il compagno ma non già il simile.
Esso nasce da un padre di statura grande e da una madre parimente piccola.
Non vi starò qui a far menzogna delle sue primizie giovanili nè delle difficoltà da me soppressate per comprenderlo e conquistarlo nelle gelate pianure della Zona torrida, mentre di montagna in montagna stava pascolando la sua greggia composta di enormi pesci cani ; ma procediamo da ciò, e per non intrattenerci più a lungo io passo alla vera e legittima rappresentazione. 
Avanti, avanti signori, si va subito ad incominciare per maggior comodo e distruzione di tutte le persone che sono dilettanti dello straordinario nanismo. 
Osserverete, o miei rispettabili auditori, quanto selvaggiume trasudi dai suoi occhi, conciossiacosaché essendo a me riusciti vanitosi tutti i mezzi per addimesticare quest’uomo al barbaro vivere dei popoli civilizzati, ho dovuto ricorrere all’affabile e nobile mezzo della frusta.
Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi da lui benvolere, me ne ha cattivato maggiormente l’animo.
Esso è ghiottissimo del tabacco e lo prende nel naso, e nella bocca, che a chi lo crede è incredibile.
Parla la lingua dei cedri del Libano, lingua che io bene intendo, parlo, ma non capisco e nella supposizione che neppure le signorie loro la intendano, lo faremo ragionare nel forestiero idioma dei suoi paesi.
Balla magnificamente nel suo dialetto cosa che gli procurò dal gran Turco la regalia di un orologio d’argento vivo incrostato di pietre preziose pescate nel mar Caucaso.
Non vi starò qui a far menzogna di quanto sia ampia la sua capacità cerebrale, io solo e null’altro, lo so; io solo, o signori, che seguendo il sistema di Galles ho anatomizzato la sua testa e vi ho trovato una piccola cartagine ossea sporgente in dentro, che la stessa facoltà medicea di Parigi riconobbe esser quello il bubbo obbocchio della matematica solida e della geometria liquida.
Un solo esempio estemporaneo già dal mio nano lungamente studiato ci rischiarerà meglio il proposito. Al mio Alì Babà (poiché questo è il suo nome) proporremo un problematico assioma, e voi potrete conoscere quanta facilità egli abbia nell’eliminarlo.
Dato un bastimento della lunghezza di 280 piedi, della larghezza di 120, della capacità di 180 cavalli, e della forza di 500 tonnellate, coll’albero maestro che sia alto 432 piedi, si domanda quanti anni avrà il suo Capitano.
Inoltre: si domanderà qual differenza passa fra il timor panico e il peso specifico.
E come se la dissoluzione di questi problemi fosse poco, sappiate che il mio nano tira magnificamente di scherma ad arma bianca e in tutti i colori; una volta con un fioretto a fulminante interpolandosi in una dissenteria insorta fra i suoi concittadini, esplose una sola bòtta ed uccise ambo i quattro i coorissanti.
Daremo termine a questa diurna serata con un assalto di fioretto, ultimo esperimento che ho l’onore di posporre ai vostri rispettabili occhi: e non essendomi ancora riuscito a cagione della mente lebile del mio nano ad insegnarli un complimento nella lingua fiorentina, lo faremo prendere cognato da voi col canto della ballata tartara che porta per titolo Pirunna — Nucca — Dardanà — ossia la battaglia dei Pirenei contro le Termopoli, e col ringraziandoli, ho l’onore di presentare a questo colto pubblico, cavalieri, e dame, la perifrasi della ballata tartara tradotta in lingua fiorentina del paese.
Spero che vorrete favorirmi anche doman l’altro sera al diurno serale trattenimento: ma nell’apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora, invece di doman l’altro sera, il trattenimento sarà posticipato a domani mattina. Intanto passino dentro, o Signori, e vogliateci accordare un benevole compatimento per i nostri involontarj errori.”

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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