Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 13 – Il dominò misterioso -4


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[…]
Il giorno dopo, Miloro ricevè dalla posta una lettera pressantissima dalla sua Casa di Nuova York, con ordine di recarsi immediatamente a Bastia, per ivi sistemare alcuni affari della più grande importanza.

La lettera non ammetteva indugio: ond’egli non ebbe altro tempo che quello di fare allestire la sua valigia, e di rendere avvertito il Bifronti della sua momentanea assenza.
— Quando credi di tornare ? — gli chiese l’Avvocato, con viva premura.
— Non lo so: ma subito che mi sarà possibile.
— E per l’ultima sera di Carnevale ?
— Farò in modo di trovarmi in Firenze.
— Ci conto — disse l’altro — Mancandomi il tuo braccio, e la tua energia , dubiterei dell’esito… A parole, tutti son buoni : quando poi siamo al fatto… è lì che i leoni mi diventano conigli.
— Ho già preparato in casa il dominò col segno convenuto.
— Basta così; io conto sopra di te, come sopra il mio braccio destro.

Giovanni, tornato a casa, trovò Astorre che lo attendeva : e concertò con lui il dove e il come si sarebbero ritrovati l’ultima sera di Carnevale.
Poi chiuse ermeticamente la finestra e la porta della sua camera, non volendo che altri della famiglia potesse andare a frugarvi (avendovi lasciate molte carte gelose e compromettenti) e in tutta fretta partì per Livorno.

Fra le lettere di raccomandazione che Miloro aveva portate d’America, ve n’era una per un rispettabile negoziante di liquori — il Sig. Achille Roccastrada.
Questa buona pasta d’uomo cominciò a dimostrare la sua premura a Giovanni, col proporgli per abitazione l’elegante quartiere d’una bella casa che egli possedeva di là d’Arno. E Giovanni vi si era accomodato di buonissima voglia.
Le stanze da lui abitate restavano nella parte interna della casa, e la finestra della sua camera corrispondeva sopra una lunga successione di giardini, che stendendosi fino alle mura, rammentavano tutte le delizie di una aperta e ben coltivata campagna.

La prima notte che Miloro dormì nel nuovo quartiere, ad onta della stanchezza e del sonno che l’opprimevano, si sentì destato di buon’ora dalla vibrazione improvvisa d’una musica non molto lontana.
Siamo giusti ! un povero diavolo che non metta grande importanza a vedere spuntare il sole, non può coscienziosamente gustare un Pleyel o un Erard di prima forza, che vengano a interrompergli il sonno più bello delle ore mattutine, collo scatenargli nelle orecchie un valtzer o una galopp.

Mentre Miloro si disponeva a maledire tutti gli strumenti in generale, e tutti i pianoforti mattutini in particolare… la galopp cessò.
Cessata la musica strumentale, dopo pochi momenti di dormi-veglia, il giovine fu riscosso da una musica vocale, che sembrava quasi modulata sotto la sua finestra.
Era una voce pura, argentina, d’un metallo quasi infantile, che cantava uno stornello di Schubert.
Giovanni stette in ascolto; quella voce a poco a poco gli messe nell’anima una mestizia vaga, indefinita, come se improvvisamente gli avesse rammentato i giorni lontani della sua prima fanciullezza.

Infilatosi frettolosamente una veste da camera, Miloro si affacciò alla finestra ; e gettando gli occhi nel viale del sottoposto giardino, vide una graziosa giovanetta, la quale, seduta sopra un banco di pietra, stava fanciullescamente pettinando gli orecchi d’un bellissimo cane, che pazientissimo le appoggiava il capo sulle ginocchia.
Accortasi del giovine che si era affacciato alla finestra, la graziosa fanciulla si fece rossa in viso, come diconno che avvenisse di Diana (lasciando sempre la verità al suo posto) quando fu scoperta nel bagno dal cacciatore Atteone : e, gettata via dal suo grembo la testa del povero Azor, come avrebbe fatto d’un mazzo di fiori appassito, corse a rifugiarsi nella stanzone degli agrumi.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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