Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 13 – Il dominò misterioso -5


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[…]
Superata però la prima sorpresa, Eugenia cominciò a riprendere i suoi passatempi, senza curarsi nè punto nè poco del giovine che la stava osservando.

Intanto ogni mattina, il pianoforte suonava a martello: ogni mattina la voce della piccola cantante invitava Miloro a destarsi dai suoi profondissimi sonni.

Una certa curiosità infantile, scevra nei primi tempi da qualunque altro sentimento, spingeva Eugenia a lanciare di tanto in tanto un’occhiata rapida e dissimulata alla finestra della casa di faccia.

Ella non si era ancora occupata di notare se il suo vicinante avesse i capelli neri o biondi ; gli occhi scuri o cerulei, la bocca piccola o grande — l’uomo, per lei, era stato un accessorio insignificante: due cose soltanto avevano ferita la sua fantasia, e provocato la sua curiosità — la papalina turca, ricamata in oro, che Miloro portava in capo, e la lunghissima pipa alla sultana.

Ma, ahimè ! egli è difficile che una fanciulla sui quindici anni, possa insistere per lungo tempo a considerare un grazioso e simpatico giovine unicamente dal punto di vista di una pipa alla sultana, e d’ una papalina ricamata in oro !

Difatti Eugenia, così gaja e spensierata, cominciò, quasi senza avvedersene, a provare un certo rossore a voltare gli occhi verso la finestra del giovine vicinante.

Perché ? — la fanciulla stessa non sapeva indovinarne il motivo ; eppure, dice il proverbio, che abitudine fa confidenza: ma l’amore, è cosa notissima, si ride all’occorrenza di tutti i proverbi di questo mondo.

Non potendo dominare questa importuna vergogna, la figlia di Santa-Fiora aveva preso l’espediente di rinchiudersi nella sua cameretta, ed ivi, serrate a spiraglio le imposte della finestra, si poneva a guardare.

Per siffatto modo, ella credeva di vedere e di non esser veduta — a similitudine degli struzzi, che quando hanno nascosto il capo dentro un cespuglio, ritengono, da semplici che sono, di essere completamente celati agli occhi del cacciatore.

Ma questi piccoli e innocenti sotterfugi della giovinetta non sfuggivano al giovine Miloro e, quasi a sua insaputa, gli accendevano in cuore la fiamma d’un purissimo affetto.

Esso aveva incominciato a guardare Eugenia con quell’amoroso interesse, che naturalmente ispira la bellezza accoppiala all’innocenza — quest’interesse, in poco volgere di tempo, erasi convertito in simpatia — e finalmente venne un giorno, in cui a questa simpatia fortissima non mancava altro che il nome di battesimo, per potersi chiamare Amore !

Miloro, uso nei primi tempi a uscir di casa la mattina, e a non tornare fino a notte avanzatissima, prese l’abitudine di fare anche fra giorno qualche visita alla sua camera — e particolarmente nell’ora del dopo pranzo.

Eugenia poi, dal canto suo, pareva che avesse imparato il momento in cui il vicinante tornava a casa, perocché, appena aperta la finestra, l’avresti veduta comparire o nel giardino o sulla terrazza di sala.

Un giorno Miloro mancò. Trattenutosi dalla Contessa Emilia, tornò a casa alle due dopo la mezzanotte. Era melanconico , inquieto !  Giunto in camera, apri la finestra — e i suoi occhi si andarono a fissare sulla persiana della camera d’ Eugenia.

Ad un tratto, vide uscir fuori dagli spiragli una striscia di luce. Le imposte lentamente si aprirono, e dentro ai cristalli apparve il profilo della bella fanciulla.
— Poverina! — disse Giovanni commosso — ha voluto aspettarmi !

Dopo pochi istanti, l’imposte della finestra d’ Eugenia si richiusero — e il lume sparì.

Nei giorni successivi, i due giovani si vedevano continuamente alle ore solite. Eugenia non aveva cambiato in nulla, nè per le sue abitudini nè per il suo carattere giocoso e spensierato.

Appena che il giovine vicinante era uscito, ella riprendeva i suoi passatempi prediletti, e cantava e saltava, come se nessun pensiero le si aggirasse per la mente, come se fosse inconsapevole affatto di quanto succedeva nel suo cuore.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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