Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 13 – Il dominò misterioso -6


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Firenze – S.Croce

[…]

Quando però Miloro dovè partire improvvisamente per Bastia, e la finestra della sua camera restò chiusa per un seguito di lunghissimi giorni, allora, soltanto allora la figlia di Santa-Fiora s’accorse che l’amabile giocondità dei suoi giorni erasi dileguata invisibilmente come un leggero vapore, e che le polke, i valtz, il piano-forte, i fiori, Azor, e gli stornelli di Schubert non valevano punto a sollevarla da quella profonda tristezza, che le opprimeva angosciosamente lo spirito !
Allora, soltanto allora sentì, per la prima volta in tempo di vita, il bisogno di piangere: e chiusa nella solitudine della sua cameretta, quasi si vergognasse di confessare a sè stessa il motivo di quelle lacrime, pianse dirottamente… amaramente… come piange una povera fanciulla che si crede abbandonata per sempre !

L’ultimo giorno di Carnevale, alle 9 di notte, Giovanni Miloro ritornava in Firenze.
Astorre lo attendeva sulla porta di casa.
— C’è una lettera per voi ! — gli disse la signora Malvina Roccastrada, la moglie del ricco negoziante di liquori.
Miloro aprì la lettera: era l’Avvocato Bifronti che gli scriveva.

— Mio caro amico.
“Io sono l’uomo più disgraziato della terra. Un destino nemico si diverte a perseguitarmi. Tu sai le speranze che io aveva accumulate per 1’ultima sera di Carnevale : tu conosci l’ansia affannosa, con cui avevo atteso un momento sì lungamente vagheggiato. Ebbene; il mio cattivo genio, quel cattivo genio che par che gioisca di un’allegrezza crudele, a contristare gli animi educati e cresciuti ai pericoli e alle imprese arrischiate ha disposto diversamente di me: e mi ha confitto nel fondo di un letto. In tanta amarezza, che mi circonda, un solo conforto, una sola speranza mi rimane: la speranza che tu possa tornare in tempo. In questo caso, debbo prevenirti che il nostro contrassegno non è più l’ancora bianca; correvano voci fra noi che la polizia ne sapesse qualcosa: e qual maraviglia ? la stirpe di Giuda è antica quanto il mondo, e finirà colla consumazione dei secoli. Invece dell’ancora bianca è stata adottata una stella rossa. Ciò ti serva di regola: del rimanente, se io ti saprò a Firenze, se io potrò contare sulla tua persona al Veglione della Pergola, mi sarà men grave il doloroso ostracismo, a cui il destino mi condanna, e confiderò nel buon esito della nostra intrapresa.”

Richiusa la lettera, Miloro corse in tutta fretta alle stanze del Comitato. Là ebbe le istruzioni e la parola d’ordine per la serata. Ivi, fra le altre cose, i compagni gli rinnuovorono l’osservazione a proposito dell’ancora bianca che esso portava sul dominò.

Miloro sorrise d’incredulità. Temerario, avventato, impetuoso di carattere, non sapeva farsi un’idea dei pericoli, ai quali si esponeva : anzi si sarebbe detto che riponesse un certo orgoglio a sfidarli apertamente, e a viso scoperto.

Fu vana ogni rimostranza: l’ex-ufficiale aveva addosso la febbre dell’entusiasmo: neppure un reggimento di cavalleria lo avrebbe spaventalo !

Dopo mezz’ora, tornò a raggiungere Astorre e insieme con questi (mascherato da Beduino) entrò nel vestibolo del teatro della Pergola.
— Gireremo tutto il teatro, frugheremo in tutti i palchi, e se c’è, lo troveremo ! — diceva Miloro con voce tremante dalla collera al suo compagno.
— E se c’è lo troveremo ! — ripeteva l’altro.
— Ma — ripigliava l’ex-ufficiale — sei tu ben sicuro che sia lui ?
— Se ne son sicuro ! metterei tutte e due le mani sul fuoco !  Immaginatevi che lo sciagurato ha fatto di tutto per rendersi un altr’uomo, da quello di vent’anni fa; si è tagliata la sua lunghissima barba, che era solito di accarezzare con tanta compiacenza: si è coperto il viso colle cicatrici del vajolo: si è fatto crescere smisuratamente la pancia ma invano. E pare che egli abbia scritto sulla fronte il suo nome e il suo delitto con un marchio di ferro. Fra gli altri connotati indelebili, gli è rimasto sotto l’occhio destro lo sberleffe di un colpo che esso riportò all’università di Bologna da un suo compagno.

A questo punto, Astorre si tacque all’improvviso e si voltò verso la porta del teatro.
— Eccolo ! è lui ! — poi gridò, ficcando gli occhi attraverso alla folla.

Il Cavaliere di Santa-Fiora entrava in teatro. La sua fisonomia era aperta, lieta, sorridente, come quella dell’uomo felice, del buon-tempone, dell’epicureo galante.

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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