Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -1


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Suonavano le 11 della sera e pioveva a dirotto.

(Che il lettore non si meravigli se nel mio romanzo piove cosi spesso: si rammenti che siamo d’inverno, e che l’inverno, a Firenze, non pecca mai di siccità — eppoi, che colpa c’ho io se per l’appunto quella sera pioveva ?) 

Un legno di vettura, tirato da due cavalli che fumavano come panni-lani bagnati accanto al fuoco, traversò il Ponte alla Carraja.

Giunto a metà di via Chiara di là d’Arno, fece alt, e dall’interno smontarono due individui, uno grassoccio e senza congiunture, come una balla di cotone; l’altro mingherlino e flessibile, come un giunco di padule.
— Aspettaci a piè del ponte ! — dissero i due al vetturino: — e il legno tornò indietro.

Intanto l’acqua veniva giù a secchie, come Dio la mandava.

Il Giunco di padule e la Balla di cotone (provvisoriamente li chiameremo così) presero di sotto i tetti, e, fatti ancora venti passi più innanzi, infilarono in una straducola traversa.
— Ci siamo — disse il Giunco di padule.
— Lausdeo ! — borbottò sottovoce la Balla di cotone, con voce di malcontento — io son tutto bagnato come una lasca. Non mi dispiace tanto per me, quanto per il mio cappotto. Non l’avevo ancora rinnuovato !

In questo mentre erano giunti dinanzi all’antica Osteria detta dell’ Unione.

Prima di passar dentro, il Giunco di padule disse sottovoce al suo compagno :
— Ehi; siamo intesi ; io mi chiamo sir John.
— Ed io, Gustavo : ho capito. Ma che parte debbo rappresentare ?
— Lasciatevi regolare da me.

La Balla di cotone non pareva troppo soddisfatta del modo di agire del suo compagno. Stette un momento in silenzio, poi domandò:
— C’è nessun pericolo di compromettersi ?
— Nessuno.
— Mi raccomando: abbiate carità della mia posizione… E… potrei almeno sapere come si chiama questa gargotta, dove mi volete tirare per il collo ?
— Si chiama l’Osteria dell’ Unione.
— Dell’ Unione ?… — riprese l’altro, con aria spaventosa — non ci metto piede, io.
— Perchè ?
— Perchè questo locale è preso di mira dalla pulizia. Ci bazzicano, per il solito, dei capi sventati.
— Ubie ! ubie ! — disse il Giunco risolutamente; e afferrato il compagno per la ciarpa di lana che portava intorno al collo, lo tirò per forza dentro l’uscio dell’Osteria.

L’Osteria dell’Unione (ora non esiste più; l’hanno convertita in un magazzino di frutte secche e di civaje) era, a quei tempi, una specie d’andito lungo e stretto, sulle cui pareti ricorrevano due ordini di palchetti gremiti di fiaschi.

Alcune tavole di legno grossolano, fornite di panche e sgabelli della medesima stoffa, costituivano tutto il mobiliare di quella località.

L’osteria dell’Unione era allora in grandissimo credito: e in particolar modo, presso tutti gli amatori del vino schietto e generoso (come stava scritto a caratteri rossi sopra l’impannata della Taverna.)

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

3 Comments Add yours

  1. Antonella Sacco scrive:

    Queste storie mi piacciono un sacco. Per il lessico, per l’ambientazione, per l’arguzia…

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Grazie a Collodi.

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