Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -2


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[…]

L’oste si chiamava Gigi di nome, e di soprannome Fringuello.
Immaginatevi un ometto, di statura mezzana, dall’occhio accorto e malizioso, e dai modi grottescamente civili.
Parlava volentieri di musica e di teatri. Conosceva tutte le celebrità cantanti dell’epoca, e aveva l’abitudine di cantarellare (stuonando sempre) i motivi più popolari dell’opere in voga.
Bazzicava volentieri le persone che esso riteneva per istruite: e andava a nozze, ogni qualvolta, chiamato o non chiamato, poteva metter bocca in qualche discussione o artistica o letteraria.
La sua passione prediletta era la politica; si occupava di gabinetti, di parlamenti, di note diplomatiche, di notizie ufficiali. Era un bollettino ambulante.

Preso così a quattr’occhi, e in uno di quei momenti in cui l’uomo par che senta il bisogno di raccontare agli altri ciò che egli è, e, occorrendo, anche ciò che non’ è, Fringuello confessava, non senza un certo apparato di finta modestia, che la sua prepotente vocazione lo avrebbe chiamato a grandi cose… ma che poi, per un seguito di disgrazie di famiglia si era trovato costretto, suo malgrado, a esercitare l’umile professione di vinajo.
A questo proposito, Fringuello citava in buona fede l’esempio di Benvenuto Cellini, cui il proprio genio chiamava prepotentemente all’arte della orificeria, e che il padre ostinato condannava a studiare il piffero, per uso del Comune Fiorentino.

Quando si trattava di guerra, di fazioni campali e di piani strategici, Fringuello non la cedeva a nessuno. Napoleone il grande, per lui, era stato un gran generale… ma non sapeva perdonargli gli errori della campagna di Russia.
— Se io mi fossi trovato al fianco di Bonaparte — diceva l’oste dell’ Unione, come conclusione dei suoi studj militari — probabilmente la battaglia di Vaterlon (!) sarebbe stata un nuovo trionfo per i giacobini !…

Quando i due nuovi avventori furono entrati dentro Fringuello si fece loro incontro, invitandoli a passare in una stanza di fianco, che esso chiamava la stanza per le persone pulite.
Un piccolo lume d’ottone, attaccato al muro, rischiarava questa appendice della Taverna.
Una parete di legno, che dal pavimento andava su fino al soffitto, divideva tutta la stanza, per la sua lunghezza.
Dagli spiragli di questa parete usciva una romba strana, uno schiamazzo fioco e confuso, come quello di molte persone riunite insieme per darsi bel tempo.
— Del rostbiff e del Chianti — disse la Balla di cotone, mettendosi seduto a una tavola, e facendo posto al suo compagno.

Il Giunco di padule pareva distratto. Tornò nuovamente ad affacciarsi sulla porta, e guardò attentamente per ogni verso: poi disse, rimettendosi a sedere:
— Non c’è !
— Chi ? — domandò la Balla di Cotone.
— Lui !
— Chi lui ?
— Psi ! ve lo dirò, quando ce n’anderemo.

La Balla di cotone era punzecchiato da una vivissima curiosità. Ignara della parte che era chiamata a rappresentare, avrebbe voluto insistere nelle sue interrogazioni: ma poi, accortasi del malumore del compagno, stimò cosa prudente tacersi, e mangiare.

Il Giunco di padule continuava a inquietarsi. Ora si alzava in piedi; ora si rimetteva a sedere, ora passeggiava per la stanza, come persona che non abbia terra ferma sotto i piedi.
— Forse c’è stato.
— Chi ? — domandò la Balla di cotone.
— La persona che v’ho detto !
— La persona ?… quale ?
— Zitto; ci potrebbero sentire.

In questo frattempo, la Balla di cotone aveva finito di divorare la sua porzione di rostbiff e ne chiese un’altra.
— Forse siamo arrivati tardi. — riprese con aria distratta il Giunco di padule.
— Tardi ? sono appena le undici e mezzo.
— Zeffirino mi aveva detto che dovessi venire all’undici precise.
— Come c’entra Zeffirino ?
— Zitto! ecco gente.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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