Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -3


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[…]

L’oste si fece avanti colla seconda porzione di rostbiff.
Intanto, comparvero nella stanza un uomo e una donna a braccetto.
L’uomo era un bel giovine, grande, con baffì e pizzo all’italiana. Aveva addosso un mantello e in testa un cappello alla Rubens.
La donna era una magnifica ragazza, pallidissima, come una figura di cera: capelli neri a onda, ciglia folte e prolungate: bocca piuttosto grande: labbra come il carminio: figura alta ed elegante, come il fusto del palmizio.
Era vestita di scuro: e portava in capo uno scialle a quadriglie scozzesi, che incrociandosi sul petto, andava a legarsi dietro la vita in un grosso nodo.

Appena che la ragazza e il giovanotto furono entrati nella stanza, il Giunco di padule fu scosso come da un brivido di terzana: e urtando nel gomito il compagno, gli disse pianissimo, e con voce incerta e tremante:
— L’avete visto ?

La Balla di cotone alzò gli occhi, e dopo avere squadrato l’individuo arrivato d’allora, fece un atto colla testa, come per dire: l’ho veduto ma non so chi sia.

Il giovanotto, dal cappello alla Rubens, prima di mettersi a sedere, gettò, anch’esso, come era naturale, un’occhiata sopra i due avventori, che stavano mangiando: poi borbottò piano all’orecchio della fanciulla:
— Son visi nuovi !

Quindi, alzando la voce, chiamò Fringuello; e gli disse :
— Porta del vermuth e dei cantucci di Prato.

Quando l’oste tornò col fiasco e coi cantucci, il giovanotto, gli fece cenno col capo di accostarsi, e gli domandò sottovoce:
— Chi sono quei due arnesi di faccia ? pajono due milordi travestiti…
— Pajono alla buccia — soggiunse l’oste, con un sorrisetto malizioso, che gli era familiarissimo — ma secondo me, l’è robuccia forestiera, di quella che gira il mondo per risparmiare l’olio del lume. Hanno chiesto un fiasco di Chianti, e ne avranno bevuto due dita.
— E’ una cosa strana ! — continuò il giovine dal cappello alla Rubens, fissando alla sfuggita il più sottile dei due individui che gli restavano di faccia — Se non avesse que’ pochi peli sotto il naso, somiglierebbe come due goccie d’acqua…
— A chi ? — domandò la fanciulla.
— A qualcuno che conosco ! — riprese l’altro, seguitando a guardare — Gli occhi, il naso, la bocca… sono i suoi… È una somiglianza da far perdere il cervello. Ehi Fringuello: non lo conosci punto quello più mingherlino, dal cappello incerato alla marinara ?
— E’ la prima volta che lo vedo : ma deve essere un abatino inglese…

Durante questo colloquio, il Giunco di padule, ostentando un freddo eccessivo, si era tirato su la beduina, e vi aveva nascosta dentro mezza la faccia.

La Balla di cotone seguitava tranquillamente a divorare il suo rostbiff, serbandosi del tutto estranea a questa scena d’occhiate fuggitive e di parole sussurrate a mezza voce.

— E di là ci son tutti ? — domandò il giovinotto all’oste.
— Tutti ! — ripete questi — sono venuti alte nove !
— Hanno domandato di me ?
— Cento volte, almeno: e particolarmente quel biondino… aspettate… come si chiama ?
— Chi ?  Miloro ?
— Bravissimo ! lui in persona !  E sapete cosa hanno detto quelle linguaccie ?  Hanno detto che  siete innamorato fino alla gola…

Il Giunco di padule, a quest’ultima parola, alzò gli occhi e dette un’occhiata rapidissima al giovinotto dal cappello alla Rubens.

Questi non la notò: e rispondendo a Fringuello, soggiunse:
— Potevano anche dire che doman l’altro prendo moglie.
— Davvero ?
— Pope, rispondili tu — disse il giovine, voltandosi sorridendo alla ragazza.
— Se Dio vuole !  — riprese questa, alzando con fierezza la testa — Domani l’altro avrò finito di logorarmi lo stomaco. Se tu sapessi quante me ne ha fatte passare questo capaccio. Credimi pure, che me lo sono proprio guadagnato.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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