Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -4


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Firenze

[…]

A questo rimprovero agro-dolce, il giovanotto prese per il mento la fanciulla, e la guardò amorosamente.
— Sì, sì — continuò la ragazza collo stesso tuono di voce — ora mi fai il cascamorto… e pochi giorni fa…
— Zitta — gridò l’altro — Abbiamo detto di metterci una pietra sopra e di non parlarne più.
— Almeno fosse stata bella !  — seguitò a dire la Pope, mal dissimulando quella po’ di bizza che la rodeva — Se tu la vedessi, Fringuello; la pare una bambola colle sottane inamidate !…

Il Giunco di padule, che stava ascoltando con tanto d’orecchi tesi, si morse il labbro inferiore.

— Ma sai come son fatti, questi Ominacci — continuò la ragazza — s’innamorano dei vestiti di raso, delle trine, dei braccialetti… eppoi ? eppoi si trovano a degli scorgimenti e a delle umiliazioni…
— Insomma, la vuoi far finita ? … — interruppe il giovine, con atto d’impazienza.
— No, no, no: vo’ dire finché ho fiato: è tanto che covo la bile sullo stomaco: ho bisogno di sfogarmi.

Fringuello si pose uno sgabello pian piano fra le gambe e si piantò seduto dinanzi alla fanciulla.
Il racconto di questo fatterello un po’ scandaloso lo interessava vivamente.

— Senti il resto, Fringuello — disse la Pope (Pope, abbreviatura e vezzeggiativo di Rodope.)
— Basta cosi ! — gridò risolutamente il giovinotto, alzandosi in piedi, con modo risoluto — l’ho detto più volte che sì deve far monte e che non dobbiamo parlarne più… tu, invece, a farlo apposta.
— Ahi ti dispiace, eh ? — gli dimandò la ragazza, con accento bizzoso, fissandoli i suoi grand’occhi di sparviero in faccia.
— Mi dispiace… — riprese l’altro, abbassando un poco la voce — mi dispiace perchè mi rammenta una cosa che mi fa torto… mi dispiace perchè ti voglio bene…
— Non è vero ! — gridò la fanciulla, alzandosi anch’essa in piedi e mettendosi le mani sui fianchi — Non è vero: ti dispiace… che io ti rinfacci questa storia, perchè per te l’è uno schiaffo… Per te, così orgoglioso… così fiero, queste umiliazioni, questi insulti, son peggio d’una sassata nel capo… Sii franco come me… Se domani quella… Uh ! all’altra, la chiamo per il nome che la si merita… se domani quella poco-di-buono la ti mandasse, a cercare e la ti dicesse: scusa sai, povero Oliviero, se io non ti ho invitato alle feste, che dò in casa mìa… scusa se io non ti potei ricevere all’ultima accademia e se ti feci dire che io era occupata… Tu forse credi che io l’abbia fatto perchè sei un povero ragazzo; con molto talento sì, ma senza titoli e senza quattrini… tu credi che io non t’abbia voluto ricevere… perchè temessi che ti mancasse un abito decente da presentarti… perchè i tuoi modi e il tuo contegno potessero esser tali da farmi scomparire… Non è vero; ti giuro che non è vero…
— Ah ! tu supponi — interruppe il giovanotto, gettando con rabbia il suo cappello sulla tavola — ah ! tu supponi che io sia cosi tenero di pasta da farmi abbindolare dalle carezze d’una sgualdrina ? — Nel profferire queste parole, Oliviero si era fatto rosso nel viso. Si passò una mano nei capelli, poi rimettendosi a sedere, continuò :
— Via, via: lasciamolo là questo tasto, perchè altrimenti ne direi delle belle…
— Si, ma intanto non puoi negare — soggiunse la ragazza, godendo della mortificazione del giovinotto — di esserne stato cotto, innamorato fino alla gola.
— Io non lo nego — riprese l’altro, restando soprappensiero, come se gli tornassero alla mente alcuno memorie passate — E perchè negarlo ? è forse un delitto ?… E quando mai ho preteso di farla da eroe ?… Anche io sono di carne, come tutti gli altri… e si sà, chi è ritto può cascare…
— Si, si, si — riprese velocemente la Pope — tutto sta bene; il diavolo ci può accecar tutti; ma via, come si fa egli a credere che una signora, una gonfiona avvezza a bazzicare tutti Principi e tutti pezzi grossi, si potesse adattare con un povero diavolo, come te ?
— Eccone una delle tue — disse il giovanotto imbizzito — come se l’amore, quando è di quel buono, badasse ai titoli e ai quarti di nobiltà.
— Lo credo io, se ci bada! — tornò a insistere la fanciulla, con atto risoluto — Lo credo ! egli è, ragazzo mio, che tu ti sei guastato il capo coi romanzi e coi libri, e prendi per moneta contante le passioni che si vedono allo commedie e alla musica.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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