Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -5


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Firenze – Palazzo Medici-Riccardi – immagine tratta dal libro “Firenze” di Nello Tarchiani, 1915

[…]

— Cosa c’entrano le commedie e la musica ? — replicò vivamente Oliviero — ognuno ha il suo modo di pensare; io ritengo, per esempio, che anche le grandi signore possano innamorarsi d’un uomo senza titoli e senza carrozza.
— Non è vero ! non è vero ! — disse la Pope — le grandi signore, per tua regola, le non si innamorano mai dei poveri. Se tu mi dici che le possono prendere un capriccio, una fantasia… un dirizzone… oh ! questo gli è un altro pajo di maniche, e te l’accordo, già; le son tanto civette e tanto drusiane… Eppoi, sai come siam fatte no’ altre donne… e bada, che non faccio parzialità, ma parlo per tutto il convento… quando ci capita dinanzi un bel pezzo di giovanotto, che ci piace davvero… non andiamo mica a cavargli le fedi di nascita o a frugargli per tasca, per vedere come sta a quattrini… Si: ci faresti un bel quadro !… Ma quello lì, non si chiama voler bene… si chiama avere un estro, una caldana che oggi la viene e domani va via: ma l’amore, l’amore che viene proprio dal fondo del cuore, tu non me l’hai a dire, e’ non si dà altro che fra gente suppergiù della medesima strazione…
— E batti ! e finalmente chi son io ?… — domandò il giovanotto, con tuono risentito — son forse un ciabattino, uno spazzaturaio, uno che raccatta le cicche per la strada ?
— Io non dico questo !
— Anche io ho la mia superbia: e dico che un pittore, un artista, specialmente quando col suo talento è arrivato a farsi un po’ di nome, può misurarsi impunemente con qualunque titolato.
— Si: a chiacchere. Io mi ricordo sempre del Tasso — riprese la Pope — e tu sai se il Tasso gli era un uomo che la sapeva lunga e se meritava di certo di esser trattato come una persona perbene. Leggi la storia, se hai core: e vedrai che il Tasso, finché si contentò di nuotare, come suol dirsi, nelle sue acque, e di fare il bello-bellino colle sue pari, non ci fu nulla che dire: ma quando gli venne il puticchio d’innamorarsi della regina di Ferrara…
— Che regina di Ferrara ! della duchessa, vuoi dire — osservò sorridendo Oliviero.
— Della duchessa ! della duchessa ! — ripetè gravemente Fringuello.
— O regina o duchessa — continuò la ragazza — la mi par tutt’una: insomma io parlo della moglie di quello che comandava… Ebbene, come l’andò a finire ? Prima lo mandarono a Bonifazio (che fu la stessa cosa che dargli la patente di matto) eppoi finirono col piantarlo a Sant’Onofrio, come se fosse stato un cane che non avesse avuto neppure un po’ di letto, per distenderci sopra le cuoja. E sai: questi sono fatti, che non me li cavo dalla testa: ma gli ho letti in un libro che comprai sui muriccioli del palazzo Riccardi… e c’è poco da dire.

Durante tutto questo sproloquio, il Giunco di padule non aveva battuto palpebra. Colla faccia nascosta nella beduina, e col cappello cacciato sugli occhi, faceva finta di dormire — e invece non perdeva nè sillaba nè gesto.

La Balla di cotone, all’opposto, colla testa appoggiata alla parete, e rivolta verso il soffitto, faceva tranquillamente il suo chilo, interrompendo di tanto in tanto l’attenzione del compagno, con alcuni sbadigli posti in musica e canterellati lì sul momento.

Dopo il discorso della Pope, successe qualche minuto di pausa.

Oliviero pareva distratto. Di tanto in tanto scrollava il capo o si passava le mani nei capelli, come se avesse voluto discacciare un pensiero molesto, una rimembranza dolorosa.

La Pope lo guardava attentamente — e forse, con quella seconda vista acutissima che hanno le donne innamorate, quando amano per davvero, tirava a indovinare i pensieri e le smanie mal dissimulate dell’artista…

Fringuello poi si stropicciava le mani: si fregava gli occhi: si dava dei leggieri scappellotti sopra una papalina verde-sudicia, che portava in testa: si divincolava della persona… insomma dava chiaramente a vedere che aveva anch’esso qualchecosa d’aggiungere, e gli mancava il coraggio per incominciare.
— Posso dire anch’io la mia ? — finalmente domandò il vinajo, aggiustando la bocca a un mezzo sorriso.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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