Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 14 – L’osteria dell’Unione -7


firenze-2016-06-17_004

[…]

— O parla , o ti rompo il capo — gridò Oliviero, imbizzito, afferrando il bicchiere che aveva dinanzi e facendo l’atto di scagliarlo nella testa all’oste…
— Ah ! volete che parli ?… — soggiunse questi, che gongolava di gioja nel vedere il giovanotto in angustie — quand’è cosi, non rifiato… eppoi io vò col proverbio, che ambasciatore non porta pena…
— Dunque ?… cosa aveva risposto ? — insistè daccapo il pittore, con tuono minaccioso.
— Aveva risposto… s’intende bene che parlo sempre di quella tal signora…
— Avanti ! avanti ! — gridò rabbiosamente Oliviero.
— Aveva risposto, che era la stessa cosa che fare un torto al suo gusto delicato, supponendola capace di potersi innamorare seriamente di un uomo che aveva le mani grosse e ruvide, come quelle d’un…
— D’un… che ?… finisci ! — disse Oliviero, abbassando la voce.
— D’un… macellaro !… Non ve l’abbiate a male, io già vò col proverbio, che ambasciatore non porta pena.
— Ah ! ah ! ah ! — gridò la Pope dando in una risata fuor dei gangheri. — O piglia ! ci ho proprio gusto ! Ecco che cosa si guadagna a far la corte a queste drusiane… piene di muffa… E bada, se tu lo dici a me, con questo discorso, l’ha t’ha voluto rinfacciare, perché tu sei figliuolo d’un agnellajo.

Oliviero non fiatò: per qualche minuto secondo rimase avvilito, coi gomiti appuntellati sulla tavola e colla testa fra le mani.

Tostochè si riscosse, atteggiò i labbri a un riso sformato e con voce tremante per la collera mal repressa:
— Questa mi giunge nuova ! — disse rivolgendosi all’oste — se morivo jeri, non avrei saputo che l’amore consistesse nelle mani fini e delicate. Ogni giorno se ne infiora qualcuna… Sicuro ! ora mi capacito anch’io che quando un uomo ha la disgrazia di avere un pajo di mani da apostolo, come le mie, non dovrebbe pretendere a fare delle passioni… Eh diavolo !… una donna di gusto delicato… lo senti, Pope ?… farebbe torto a se stessa , dandogli retta…

A mano a mano che Oliviero procedeva in questo discorso, la sua faccia s’infiammava, la sua voce prendeva un accento più sicuro e vibrato, i suoi occhi brillavano di una trista ilarità.

Pareva che l’indomabile amor proprio, crudelmente umiliato, reagisse in lui in modo violento e lo sforzasse a dir cose, che forse non avrebbe mai detto in tempo di vita sua.

— Parliamoci schietti — poi continuò, alzando fieramente il capo, e gettandosi indietro i lunghi capelli neri che gl’ingombravano la fronte. — Parliamoci schietti: se una signora di gusto delicato crede di farsi torto a darmi retta, a motivo di queste mestole un po’ sgraziate, non sò però, dall’altra parte, quanto onore possa fare a un artista, come me, che ha studiato sempre sui modelli greci, di perdere il cervello dietro una donna che abbia una spalla d’ovatta…

A quest’ ultime parole, il Giunco di padule fece un salto sulla panca, come se un cane di sotto la tavola, gli avesse morso improvvisamente le gambe.

— Cos’avete ?… — domandò sottovoce la Balla dì cotone, destandosi dal suo dormiveglia.
— Nervi ! — rispose laconicamente il Giunco.
— Ho capito ! — e la Balla richiuse gli occhi.

— Come, come ! — disse la Pope, tutt’allegra, più che se avesse avuto la notizia di una grossa eredità.
— Cos’hai detto ? una spalla di ovatta ? Non mi fai celia ! sarebbe anche gobba per caso ?
— Gobba no ; ma la sua spalla diritta è più ambiziosa della mancina… io me ne sono accorto, non volendo.
— Te l’avrà detto la sarta !
— Che sarta ! la sarta non ne sa nulla. Gli unici possessori di questo segreto siamo io e la fida cameriera… che è poi quella incaricata di correggere lo sbaglio di madrenatura.
—Oh ! brutta gobbaccia !… — gridò la Pope — e dire che con una spalla d’ovatta l’ha il coraggio di dare la quadra a te. Ma sai che ci vuole una bella sfacciataggine !  Lascia che la mi capiti a tiro, e sentirai se gliela canto.
— No, no ! — disse Oliviero — bada di startene a te e di non fare scene.
— E’ la s’ha da beccar di gobba, anche sul piazzale dello Cascine — replicò la fanciulla.

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. fulvialuna1 ha detto:

    L’osteria dell’Unione ha di che farsi leggere! 😀

    Mi piace

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