Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 15 – Gli amici politici -2


Firenze - Palazzo Pitti - Facciata posteriore - immagine tratta da "Firenze e la Toscana" di E.Muntz - 1899 - Fratelli Treves Editori
Firenze – Palazzo Pitti – Facciata posteriore – immagine tratta da “Firenze e la Toscana” di E.Muntz – 1899 – Fratelli Treves Editori

[…]

Dopo pochi secondi, la solita voce riprese:
— L’ Avvocato non è mio amico… e tanto meno io sono un vile… Chi ha sbagliato, rettifichi…
— Nessuno ha sbagliato.
— Qualcuno ha sbagliato ; io non sono un vile…
— Questa parola te la troverai sulla faccia oggi, domani, fra un mese, fra un anno, sempre, in fino a tanto…
— Benedetto !
— Io te lo ripeto, Scipione, che chi insulta il Bifronti, insulta me !
— Noi ci batteremo per una causa miserabile, vergognosa…
— Dal canto mio, sarò sempre orgoglioso d’avere arrischiata la vita, per tutelare l’onore d’un amico, intimo, sincero, e il nome d’un cittadino probo, e di uno zelantissimo patriotta…
— Pace ! pace ! — gridarono diverse voci.
— Basta così ! un brindisi, e tutto sia finito !
— Tutto sia finito; anzi, si domanda al Segretario della nostra società, che questo spiacevole malinteso non venga appuntato nel processo verbale.
— Il mio non è un malinteso ! — gridò Benedetto, con accento risoluto.
— Levatemi quel ragazzo dinanzi agli occhi — disse Scipione, ostentando una calma inusitata.
— Egli è un ragazzo, questo — riprese l’altro, alzandosi in piedi e battendosi una mano sul petto — egli è un ragazzo, questo, che t’insegnerà come procedono gli uomini d’ onore…
— Basta ! Basta !
— Zitti…
— No, no : usciamo fuori !…
— Levatemi dinanzi quel ragazzo, vi ripeto !… Egli è poeta, e però non sa quello che si dice.

In questo mentre entrarono nella taverna un agente di polizia e quattro birri.

Fringuello, che era stato tutta la sera alle vedette, si affacciò sulla porta: e riconosciuti i nuovi avventori, corse prontamente verso il banco; dove facendo vista di prendere dallo scaffale un fiasco, urtò a bella posta in una diecina di piatti accatastati insieme: i quali, cadendo in terra, fecero un fracasso e un’acciottolio di casa del diavolo.

— Ma cos’ho nelle mani stasera, che non ne infilo una per il su’ verso ! — gridò l’oste, mostrando di arrabbiarsi con sè stesse per l’accaduto.

Intanto due sbirri si erano fermati di piantone sullo sportello dell’osteria: gli altri due accompagnavano l’agente, il quale direttosi a Fringuello, gli domandò con burbanza:
— Dov’è questa cena ?
— Come ? — chiese a mezza voce Fringuello, stringendosi nelle spalle, quasiché gli parlassero d’arabo.
— Ohe ! — gli disse l’agente, con garbo minaccioso — non mi venir fuori a far pantomime, perchè ti pianto al fresco per qualche mese. Mi conosci, eh ? tu sai se son ghigna da promettere e mantenere…

Invece di aspettare la risposta, il poliziotto si diresse nell’altra stanza e, sbirciati da una parte il giovinotto e la ragazza, e, dall’altra, il Giunco di Padule e la Balla di Cotone, si accostò alla porta praticata nella parete di legno, e con un violentissimo calcio ne spalancò i due battenti.

Quindi, ficcato dentro il capo, vide un gran nuvolone di fumo, in mezzo al quale scoppiettavano con luce fioca e rossastra, sei o sette candele di sego, rischiaranti a mala pena una tavola apparecchiata o piuttosto sparecchiata, sulla quale apparivano in gran disordine piatti vuoti, bicchieri pieni o lasciati a mezzo, fiaschi per ritto e rovesciati, mozziconi di sigari, gusci di noce e buccie di pere e di mele.

Giudicandone così a colpo d’occhio, si poteva argomentarc che la tavola avesse servito a quindici o venti persone.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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