Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 16 – L’appuntamento -1


Firenze - Panorama - immagine tratta da Firenze di Tarchiani Nello, 1878
Firenze – Panorama – immagine tratta da Firenze di Tarchiani Nello, 1878

Il Pittore e la Modella per un verso, il Giunco di Padule e la Balla di Cotone per l’altro, e poi, per ultimo, l’incidente del poliziotto, hanno fatto si che finora non ci fu possibile tener dietro a due individui, di fisonomia non troppo sincera, che stavano da qualche tempo seduti insieme al medesimo tavolino, nella prima stanza della taverna dell’Unione.

Uno di questi, il più giovine, quello colle spalle voltate al muro, poteva contare appena i trent’anni — quantunque a giudicarlo dalla pelle vizza e cascante del viso e dall’abbandono di tutta la persona, ne dimostrasse una quarantina, e più.

La sua faccia era quella d’un uomo travagliato da febbre acutissima. In mezzo al pallore terreo delle guance gli spiccavano i pomelli rossi infiammati, quasi fossero due razzature di ferro rovente. La lussuria, passandogli di sul viso, colla lingua di fuoco gli aveva leccate le sopracciglia e segnata la fronte di alcune macchie d’una tinta vinata. Pochi lo conoscevano per nome: i compagni lo chiamavano Agonia.

L’altro individuo, che gli restava seduto di faccia, era un uomo sulla cinquantina, tozzo, tarchiato, colle spalle attaccate alla testa e colle ciglia foltissime e riunite insieme.

Parlava con voce affiochita e appena intelligibile, e gesticolava continuamente con un paio di braccia grosse e nerborute, come le zampe di dietro di un vitello della Valdichiana.

Questi due cattivi arnesi avevano dinanzi a loro, sul tavolino, un fiasco già vuotato ed un altro a mezzo.

— Scuotiti Agonìa ! — disse l’uomo tarchiato al compagno, che pareva fuori di sè per la febbre che lo consumava — stasera la quartana la batte davvero !… sei rosso come uno sverzino.
— Lascia correre — rispose l’altro, restando sempre colla testa appoggiata al muro — ad ogni modo, la morte ci deve trovar vivi.
— Vada per il dettato: ma tu cali ogni giorno, come una candela alla tramontana.
— Meglio per me : e se debbo dirtela tale e quale, non vedo l’ora di essere al lucignolo.
— Via via, non mi fare il patetico.
— Il patetico ? io ? oh ! vai la, che l’hai proprio trovato. Se dico così, egli è perchè oramai la mia parte di mondo me la sono goduta.
— E te la godi ! anche l’altro giorno t’incontrai fermo con un pezzo di grazia d’Iddio !
— Dove ?
— Sulla cantonata di via della Sapienza dico bene ?
— Non fa una grinza.
— Qualche altro ripesco, eh ?
— Ripesco, in quanto: egli è piuttosto un’amoretto per comodo…
— Come sarebbe a dire ?
— Pipiona, non mi far discorrere: ho la gola asciutta come l’esca. Dammi da bere.
— Tò, bevi l’ultima !

Agonia vuotò tutto d’un fiato il bicchiere che aveva dinanzi: quindi, passatosi il dorso della mano destra sulla bocca, a mo’ di salvietta per rasciugarsi i labbri, continuò:
— Ridi, se n’hai voglia. Giorni sono andai dalla Pettirossa…
— A proposito dei propositi — interruppe Pipiona — e se la Pettirossa la ti venisse a scuoprire quest’altro raggiro ?
— Non cascherebbe nulla ! ci sarebbe da trovarsi freddati da un momento all’altro. E sai ! l’è donna che quando gli salta la mosca al naso, la tira di coltello, come bere un uovo.
— Viva la su’ faccia ! — gridò l’altro, con l’accento d’un entusiasmo brutale — Bada: l’ho detto sempre che la Pettirossa l’è una ragazza di gran sentimento, e se fossi in te…

A questa reticenza, Agonia rialzò la testa che teneva appoggiata al muro, e guardò il compagno: poi domandò :
— Sentiamo: e se tu fossi in me ?
— Guà, i’la piglierei… e cosi almeno l’avrebbe finito di fare quella vitaccia infame…
— Addio biondo ! — disse Agonia con tuono ironico — A darti retta, tu mi faresti fare un bel parentato !  Eppoi, a sposarla, la sarebbe per me la medesima cosa che mi giuocassi un podere, e che podere !
— Spiegati ! chi ti intende, è bravo.
— O che se’ sordo ? dove vuoi tu che ricorressi, quando son corto a quattrini ? Almeno ora, quando mi dice nero, sò dove battermi la testa: e a dirtela a te, io vado là a colpo sicuro, come andare alla banca Fenzi.
— Quand’è così fa’ conto che io l’abbia detto per dire… e torniamo al proposito del primo ragionamento.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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