Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 16 – L’appuntamento -3


Firenze
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[…]

— Meglio per te! — disse l’altro, con rammarico — io so che a me non ne va una per il su’ verso. Stasera avevo qualcosa alle viste, ma oramai.
— In che genere ?
— Non ho potuto raccapezzare un ette di positivo, ma, secondo me, si trattava di dover menar le mani per conto d’altri.
— Al solito !
— Ma oramai è tardi — disse Pipiona, guardando un grosso orologio d’argento, che aveva levato dalla tasca dei calzoni — Mi disse e mi fece dire che alle 11 sarebbe stato quì… e siamo già alla mezzanotte e un quarto, e non si è visto nessuno.
— Chi aspetti ? — domandò Agonìa.
— Aspetto il francese — rispose l’altro con aria annoiata.
— Chi ? quello che lo chiamano il Visconte ?
— Lui !

Agonìa guardò il compagno con atto di sorpresa; poi, appoggiandosi col petto alla tavola, e accostandosi più da vicino, gli domandò:
— O che ci pass’egli fra te e quel faloppone ?
Pipiona dette un occhiata all’intorno, per assicurarsi se alcuno potesse sentire; poi borbottò piano nell’orecchio all’amico:
— Sono anch’io della lega…
— Di che lega ?
— Psi !! — fece Pipiona, intimando silenzio con modo risoluto.
— Di che cosa hai paura ? — disse Agonìa — non vedi che siamo soli. La lega ?… che lega ?…
— Aspetta, ora te lo dico… è un maledetto nome che ho sempre sulla punta della lingua e non me lo ricordo mai…
— Ho capito ! la lega dei frammassoni.
— Frammassoni ? uhm ! e chi l’ha mai visti nè conosciuti ? non ce ne cibiamo noi di frammassoni !  La lega che dico io, l’è tutta una cosa di politica, inventata apposta a benefìzio di no’ altri, povera gente. E’ l’è come chi dicesse un fissato per far ripulisti di tutti questi quattrinai…. eppoi dividersi un tanto per uno.
— Allora tu vo’ dire che gli è comunismo !
— Bravo! l’hai beccato alla prima!
— E tu ci credi a questi gingilli ? — domandò Agonìa, sorridendo.
— Se ci credo ! sarà il male d’aspettare un poco che capiti la palla al balzo… ma alla fin del salmo son quattrini gigliati.

Agonia non insistè. Un risolino di miscredenza gli increspò le labbra; quindi versandosi un bicchier di vino, aggiunse:
— Me ne avevano parlato anche a me… ma io, capisci bene, non son mosca per questi ragnateli…
— Che discorso è codesto ? — domandò Pipiona, con un tuono un po’ risentito, quasiché si chiamasse offeso di trovarsi paragonato ad una mosca.
— Che vuoi che ti dica ?  le mi pajon tutte novelle per addormentare i ragazzi. Quattrini, vogliono essere: quattrini sul tamburo… eppoi se ne può discorrere.
— Quattrini ? ci sono anche quelli, e tanti da affogartici fino alla gola.
— Vediamoli ! Quanto ti hanno dato in acconto ?
— Per ora, nulla… Ma c’è qualcuno che l’ha di già assaggiati !
— In sogno !
— In sogno ? — riprese vivamente Pipiona, riscaldandosi per il sogghigno ironico del suo compagno — In sogno ? Cerca d’Astorre, eppoi ci riparleremo !
— Chi Astorre ? quel suonatore di clarinetto, che veniva qui a bere tutte lo sere ? A proposito, cosa ne è stato, che non lo vedo più ?
— Te Io dirò io: è diventato un mezzo signore, ed ha sempre le tasche piene di francesconi, come tant’ Angioli.
— Pipiona, smetti la burletta ! — fece Agonìa, restando incerto se dovesse credere o no a quanto gli raccontava il compagno.
— Che santa Lucia mi faccia perdere il lume degli occhi, se t’ho detto una parola di falso — soggiunse l’altro, facendosi il segno della Croce — Bada che Astorre a vederlo alla buccia, pareva il fratello carnale della miseria, e non gli avresti dato un quattrino: ma oh ! egli è un merlo che la sa lunga e lunga dimolto, e te lo dico io ! Figurati che si compromesse nel ventuno, e quando fu costretto, per salvar la pelle a mutar aria, egli era lì a un pelo per diventare avvocato.
— O questi quattrini di dove li levano ? — domando Agonia, che cominciava a prestare una certa attenzione alle parole dell’amico.
— Uhm ! ma che c’hai preso forse per tanti tribolati ? Tu hai da sapere che ci son dentro fior di Signoroni, come sarebbe a dire, quella principessa spagnuola, che sta in vìa della Scala.
— La principessa di Samo-Siorra ?
— Per l’appunto; c’è il Cavaliere di Santa-Fiora… e ora hanno dato una carica… non mi rammento che carica… a quel bel giovine, che ha più chiodi che capelli in capo… ci siamo intesi ?
— A chi ? al conte Calami ?
— Bravo ! a lui in persona: o che lo conosci ?
— Se lo conosco ! una volta siamo stati grandi amici, come fra me e te: e mi ricordo sempre, che in una certa burletta, mi fece guadagnare mille lire, dal vedere al non vedere. Chè del rimanente il Conte Calami sarà più indebitato d’una lepre, ma paga profumatamente e come un banco.
— Di più ho sentito dire — continuò Pipiona — che per averlo dalla sua, siccome gli è un uomo entrante, e può farci del bene, gli hanno pagato dugentomila franchi che perse al giuoco in casa di una forestiera, sarà l’affare d’un mese.
— Bumh ! — urlò Agonia — dugentomila franchi ! la bomba è grossa ! La perdita fu di ventiquattromila appena.
— E io ti dico che fu di dugentomila ! me lo raccontò il francese colla sua propria bocca.
— Ed io ti ripeto che furono ventiquattromila franchi; e lo sò da persona che era lì presente sul posto: insomma, per farti il discorso breve, me lo disse Zeffirino.
— Chi è questo Zeffìrino ? — domandò Pipiona.
— Se non lo conosci, basta così — rispose seccamente il compagno.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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