Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 17 – La caccia in città -1


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Firenze – Palazzo Vecchio – immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Firenze” di Strafforello Gustavo – 1890

La verità per tutti: il Marchesino Teodori era uno scapato, ma non un tristo di cuore.

Quantunque vivesse una vita dissipatissima, nonostante ogni tanto gli tornavano a gola gli ultimi tremila franchi che aveva carpiti al Cavaliere di Santa-Fiora. Non era già che lo pungesse questo debito di più: ma gli spiaceva il titolo dell’imprestito.

Invano cercava giustificarsi di fronte alla sua coscienza: invano si studiava di rigettarne tutta la colpa sulla spietata avarizia del vecchio genitore: invano tentava consolarsi, ripensando, che fra tante cattive azioni, che si commettono ogni giorno, e che ogni giorno si dimenticano, anche la sua poteva passare o non vista o scusata.

Gli scapati e i birbanti, giudicati apparentemente, hanno fra loro moltissimi punti di contatto, e potrebbero quasi dirsi due ramificazioni identiche della medesima pianta: se non che differiscono essenzialmente in questo, che i primi fanno il male, o per mancanza di riflessione, o per tristo suggerimento d’altri, o trascinati dalla corrente irresistibile di errori e di colpe antecedenti: mentre i secondi prostituiscono ogni dignità e ogni più sacro dovere, perchè a ciò gli porta la loro indole depravata, e quella cinica indifferenza, ingenita o acquisita che sia, con cui sogliono riguardare tanto le buone azioni che le malvagie.

Gli scapati hanno un periodo: i birbanti hanno per sé tutta la vita.

I primi, in certi quarti d’ora angosciosi di calma e di ricapitolazione, provano quasi un disgusto e una stanchezza per la vita travagliata, che si vedono costretti a menare: e aspirano a un ordine di cose più tranquillo, a un cielo più sereno, a una reputazione migliore. La compagnia dei malanni e delle persone equivoche, li addolora di tratto in tratto: ma vi stanno, perchè quello è il cerchio fatale che si sono formati dintorno a sé: vi stanno, come lo scorpione fra i carboni ardenti: — e v’ha taluno, che a similitudine appunto dello scorpione, provata invano ogni via per uscirne fuori, preso da indicibile disperazione, ha osato rivolgere sopra se stesso l’ago omicida… e troncare per siffatto modo un’esistenza d’affanni e di colpe.

I secondi, parlo dei birbanti, impavidi dell’avvenire che li attende, e chiusi ermeticamente a qualunque gentil sentimento d’onestà e di pudore, ritengono i galantuomini e le persone dabbene, in concetto di poveri di spirito, e li guardano con un tal qual sorriso di compassione, come se fossero tante mosche create apposta dalla Provvidenza per servir di pasto agli attivi e impetuosi rondoni. Il mal fare è l’atmosfera in cui vivono: l’impudenza è il loro passaporto: il vizio, in genere, è l’elemento, in cui si tuffano con una specie di voluttà, come potrebbero fare i verri nei luridi pantani delle Maremme.

Premesso ciò, noi lo torniamo a ripetere: il Marchesino Teodori non era un birbante — era uno scapato.

Imprigionato di quattordici anni in uno di quei collegi, dove s’insegnano Belle Lettere e Scienze, ma dove gli alunni, per il solito, non imparano altro che a giuocare a palla, e andare a letto e a refettorio, a suono di campanella, il giovine Stanislao rientrò nel mondo con la febbre addosso di rimettere il tempo perduto e di compensare largamente la noja e le durissime privazioni di sei anni di reclusorio.

Unico erede di un padre vecchio e ricchissimo, fu salutato, festeggiato, accolto a braccia aperte. Sapeva appena leggere e scrivere per il suo consumo, e gli amici lo trovarono istruito; parlava e gestiva, come un collegiale abbrutito da un corso forzato di lingua latina, e gli amici gli regalarono il complimento di giovine di spirito: era piuttosto brutto e ordinario nella persona, e le donne gli dettero del distinto e del simpatico, sulla faccia, e spesso e volentieri, gli fecero l’occhietto: s’intendeva di cavalli, quanto uno strozzino si potrebbe intendere di metafisica, e i cavallerizzi e i sensali di scuderia lo persuasero che aveva avuto dalla natura tanta attitudine e tanta intelligenza da diventare un secondo Bauchet.

Il Conte Calami, bisogna pur dirlo a onore del vero, fu dei primissimi a posar l’occhio su questo merlo !

Merlo ! così si chiamano, nel vernacolo furbesco, i novizi del mondo, i poveri di spirito, i giovani di buona fede.

Perocché, se nol sapete, la Società è un gran paretaio: e i cacciatori che cacciano tutto l’anno in città colle reti e coi panioni, sono in numero assai maggiore di quelli, che muniti della licenza dei superiori, vanno in tempo debito a sfogare la loro innocentissima passione venatoria per i boschi e per le aperte campagne.

Il Conte, veduto a colpo d’occhio il vantaggio che poteva ricavarsene, non mancò alla prima occasione di far conoscenza col giovine Stanislao.

Barattate appena poche parole, lo prese a braccetto, gli affibbiò dei tu e gli strinse la mano, come a un amico di vecchia data.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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