Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 17 – La caccia in città -2


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Firenze – Fontana del Nettuno – immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Firenze” di Strafforello Gustavo – 1890

[…]
Dopo qualche giorno, il marchesino stava per uscir di casa, quando il cameriere gli annunziò il conte Calami.
— Che passi subito — disse Stanislao, il quale nella sua puerile vanità, si chiamava quasi onorato della visita di un uomo che faceva testo nella società elegante di Firenze.

Il Conte entrò dentro, dondolandosi sulla vita con un fare svogliato e dinoccolato, come persona che s’ annoja di tutto e di tutti.

Aveva in testa un berretto da jockey, gli sproni agli stivali e la cravache sotto il braccio.
— Buon giorno, mio caro Amerigo — disse il marchesino andandogli incontro, e stendendogli la mano.

Il Calami, invece di rispondere, si piantò in mezzo alla camera e cominciò a dare un occhiata intorno intorno alle pareti e ai mobili della stanza.
— Ahimè — quindi esclamò, dopo qualche minuto d’osservazione, gettandosi tutto d’un pezzo dentro una gran poltrona a molla — Ahimè ! sempre più mi persuado che la civiltà non ha ancora passato le soglie di casa Teodori. Mi par di essere in pieno Ghetto !
— Perchè, signor critico ? — chiese Stanislao, il quale voleva far di tutto per non mostrarsi mortificato da quelle parole.
— Cos’è cos’è, — seguitò a dire il Conte, con tuono declamatorio, incrociando le gambe e accennando il parato del letto — cos’è mai quel drappo colore limoncello di Napoli ? da quali scavi fu disotterrato quel canapè verde-pania ? chi fu lo spietato che ti condannò a sopportare la ignobile presenza di queste seggiole di falsissimo mogogan ? dove nacque l’audace legnaiolo che osò ridurre quell’inginocchiatoio allo stato di toelette ?  per quali umane vicende, quella ventola da chiesa è passata a far le veci di specchio nella tua camera ?

A questa antifona cantata in modo semiserio, Stanislao si buttava via dalle risa — ma non rideva di cuore. Se altri, invece del conte, avesse osato di punto in bianco sciorinare quelle insolenze, il marchesino forse se ne sarebbe risentito. Ma col Conte, la cosa mutava aspetto.

Il Calami era di coloro che posseggono la gran virtù di sapersi imporre e di levar la mano (ci si permetta questa frase da cavalli) alle persone che avvicinano per le prime volte.

La statura gagliarda e ben quadrata, la voce di basso profondo, la lingua sacrilega e tagliente, la fama assicurata di buon tiratore di scherma — e, più che altro, quell’aura popolare che accompagna quasi sempre gli audaci e gli sfacciati in mezzo alla moderna società, composta in gran parte di gente o adulatrice o timida per prudenza, avevano fatto del Conte Calami una specie di Parafaragamus, un quissimile d’ Orco e di Mangiabambini.

Tutti ne dicevano male: tutti l’odiavano: e tutti, nel medesimo tempo, gli facevano la corte, e sorridevano per complimento, alle mille insolenze, che fioccavano continuamente dalla sua bocca.

E il mondo è stato sempre così ! Eppoi ci facciamo meraviglia se i Romani applaudivano e battevano le mani alle stuonature del baritono Nerone.

— Sicché, a quanto pare — soggiunse il marchesino, quando il Calami ebbe chiusa la sua filippica — tu non sei rimasto troppo soddisfatto del mobiliare della mia camera.
— Soddisfatto ? che vuoi che ti dica ? mi pare una collezione d’oggetti usati, lasciati in pegno a quell’ ipotecario di tuo padre, per averci sopra pochi soldi d’imprestito. Frattaglie, rococò, drappi di filo d’Utrecht, roba da rigattieri !

Stanislao avrebbe voluto tornare a ridere da capo: ma quell’epiteto d’ipotecario, appiccicato a suo padre, gli rimase a mezzo alla gola, e non lo potè inghiottire.
— Ipotecario ? e perchè chiami ipotecario mio padre ?
— Non mi fare il succellibile, Stanislao — replicò il Calami — pretenderesti forse di darmi a credere che tuo padre discenda dai Conti di Culagna e che le sue finanze rimontino ai tempi delle donazioni di Carlomagno ? Se tu avessi avuto la disgrazia di nascere cinquant’anni prima, probabilmente saresti stato figliuolo d’un giovine di banco. Oggi sei l’unico rampollo… non già d’un signore, oibò !   ma d’un quattrinaio… d’un uomo diventato ricco, dio sa come !  e ricordati bene che un uomo arricchito, spesse volte non è altro che il resultato di cento ricchi diventati poveri…

Stanislao, a questo discorso pungente, si trovò mortificato: aveva gran prurito di risentirsi, ma la sfacciataggine del Conte gli dava soggezione. Finalmente, non sapendo come cavarsene fuori con onore, disse battendo sulla spalla d’ Amerigo :
— In verità, tu sei il più caro matto che io m’abbia mai conosciuto al mondo.
— Usciamo ? — domandò il Calami sbadigliando.
— Eccomi qui.

Il Conte si alzò in piedi, e passandosi le braccia sopra la testa, si allungò e si stirò, nè più nè meno di quello che avrebbe fatto un facchino, quando si sveglia, — quindi, voltandosi verso il caminetto, con un buon colpo di frustino andò a ferire a tutta sostanza una piccola Venere di gesso, colorata a bronzo, e la fece in pezzi.
— Gusti da Vandali ! — gridò Stanislao, fra scherzoso e corrucciato — e perchè pigliarsela colla Venere dei Medici ?
— Meno osservazioni ! — replicò il Conte con arroganza — Odio il gesso, sotto qualunque forma si presenti.
— Usciamo, usciamo ! — tornò a ripetere il giovine Teodori, forse per impedire ulteriori rotture.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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