Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 17 – La caccia in città -3


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Firenze – Ponte Vecchio – immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Firenze” di Strafforello Gustavo – 1890

[…]
Quando il Calami fu per andarsene, si soffermò tutto ad un tratto, come persona, cui venga subitamente in capo un’idea.
— Un momento ! — poi gridò, restando ritto impalato sulla porla di camera e barricando l’uscita a Stanislao — Io mi ricordo che ero venuto da te per qualche cosa… mi pareva di doverti chiedere un piacere… un’inezia…
— Forse di quei sigari, che ti feci assaggiare l’altra sera ?
— No ! sigari , non mi pare.
— Volevi il mio schioppo ?
— Nemmeno ! Ah ?  eccolo ! eccolo ! Fammi il piacere di prestarmi fino a stasera cinquanta napoleoni.
— Ma !
— Se te li trovi in oro, meglio; se nò, li prenderò in carta o in argento.
— Ma !
— Caro mio ! ho fatto una compra di mobili antichi, che sono altrettanti capolavori !
— Ma !
— E gli ho avuti a meta di prezzo ! È una speculazione di capriccio, sulla quale, dall’oggi al domani, posso guadagnare il cento per cento.
— Ma — gridò più forte Stanislao — se non mi lasci discorrere, sarà tempo gettato. Tu mi chiedi mille franchi. Ma per l’appunto sono dolentissimo in questo momento di non poterti favorire.

Il Conte, a questa risposta, si tirò indietro della persona, come se avesse avuto da respingere un offesa: fece col capo un leggero movimento di minaccia: e aggrottando le ciglia e agitando la cravache che teneva in mano, disse con voce strascicata e a fior di labbra:
— Stanislao !… rammentati che ci sono dei rifiuti che equivalgono ad uno schiaffo.
— Ti domando mille scuse ! — rispose l’altro, che incominciava a intimorirsi della brutta cera del Conte: — Il mio non è un rifiuto: e tu devi convenire che un figliuol di famiglia, tenuto corto a quattrini, non è obligato a serbare in cassetta…
— E qual’è quel miserabile che non abbia mille franchi da prestare al primo che gli capita dinanzi ? — domandò il Calami, con burbanza.
— Son’io — rispose umilmente il giovine Teodori, risoluto piuttosto a passar da povero, che a perdere quella somma — Se io potessi disporre dello scrigno di mio padre, non ti avrei fatto ripetere. Ma pigliarmi così all’improvviso ! Almeno tu mi avessi dato tempo due giorni… mi sarei ingegnato di trovarteli.
— Ebbene, trovali dunque per domani l’altro — disse subito il Conte, mitigando l’espressione severa della fisonomia — sei figliuolo di famiglia e ti compatisco.

Stanislao si morse la lingua. Gli dispiaceva vivamente di aver corso troppo — e di essersi compromesso: ma la parola era stata acchiappata a volo, per aria, e non c’era più tempo di ritirarla.

— Vedrò ! — quindi concluse, dissimulando a fatica il suo malumore.
— C’è poco da vedere ! — soggiuse Amerigo con modo arrogante: — bada: non fare il ragazzo: hai promesso per doman l’altro, e per doman l’altro ci conto.
— Insomma… farò di tutto !
— Rammentati, Stanislao, che io sono un uomo di onore, e che per me la parola data ha tutto il valore d’un contratto rogato per man di notare. Nessuno è obbligato a prestarmi mille franchi ! nessuno ! Son troppo ragionevole per mettere innanzi siffatte esigenze: ma quando un amico mi ha detto di suo motuproprio per doman l’altro ci puoi contare.
— Cioè, ho detto…
— Zitto ! — gridò il Conte alzando la voce — ma quando un amico mi ha detto per doman l’altro ci puoi contare , allora , tienlo bene a mente , al-lo-ra ci-con-to !

Il Calami sillabò quest’ ultime parole, in modo molto significativo.

— Ascoltami !
— Addio Stanislao. A doman l’altro ! e dove io possa, rammentati sempre che sono amico dell’amico ! Addio.

Dopo questa chiusa, il conte Amerigo, invece di attendere una risposta o altro, si girò tntto d’un pezzo sulle calcagna, e passata di nuovo la cravache sotto il braccio, uscì dalla camera di Stanislao e scese fischiettando le scale del palazzo Teodori.
[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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