Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 18-  Un trabocchetto -1


Firenze - Panorama

Due mesi più tardi, Stanislao passeggiava per le vie di Firenze con la testa alta e con un piglio fiero e trionfante, come se avesse domato un orso bianco del Caucaso, o piantato, per il primo, la bandiera sui baluardi di Mazagran.

La Contessa Floriani era sua.

Intanto però le sovvenzioni paterne cominciarono a farsi corte, anzi cortissime, e non bastarono più a sopperire ai crescenti bisogni e alle tante spese impreviste.

Il fatto sta, che nel volgere di poche settimane, gli scialli turchi, gli abiti di drappo, i cappelli, le trine antiche, le martore, gli ermellini, i braccialetti, gli anelli, gli orologi, le bomboniere di Donney e di M. Bernard, i ricchissimi mazzi di fiori (che gli italiani chiamano bouquet), e mille altri ninnoli di più o meno valore, avevano aperto un deficit spaventoso nel bilancio preventivo dell’improvvido Teodori.

Non andò molto, che fu duopo ricorrere alle cambiali e agli imprestiti forzati.

Il Conte Calami (sempre amico dell’amico) si mosse nuovamente a pietà dell’inesperto e mal capitato collegiale, e, onde levarlo fuori dalle angustie che lo accerchiavano, lo avviò bel bello sui floridi sentieri delle strozzature e dei debiti a babbo-morto.

Non c’è che dire.

Firenze, come ogni altra città del mondo, è passata successivamente per diverse forme di governo. Prima si resse a comune: più tardi a repubblica: poi a Principato.

Oggi Firenze è retta dagli strozzini. Questi sacerdoti dell’ Usura sono figli di quella Legge che non volle riconoscere essere il denaro una merce come tutte le altre e potersi vendere dal possessore al prezzo che più gli torna, come qualunqu’altro articolo di commercio.

La prima volta che Stanislao sentì proporsi di ricorrere a firmar cambiali, a concludere obbligazioni a babbo-morto, e simili tafferugli, rimase per qualche tempo perplesso: poi disse, facendo boccuccia :

— Non lo dissimulo ! mi dispiace di cascare in mano di questa gente !
— Hai torto, tortissimo — replicò scherzando Amerigo — Credilo a me; il diavolo non è poi così brutto, come lo dipingono. Lo strozzino, considerato sotto un certo punto di vista, è l’amico del povero. Stai bene attento e fai conto di ragionare. Se domani, il faraone o il maccao ti alleggeriscono le tasche d’ogni specie monetata, se un socio d’industria ti procura la sorpresa di spogliarti da un momento all’altro, in virtù d’un fallimento: se una giovine donna, alla quale aspiri, mostra delle tendenze sfrenate per gli scialli turchi, e per i confetti di M. Bernard: se t’imbatti in un creditore brutale, che contro ogni legge divina ed umana, intenda di farsi pagare fino all’ultimo soldo: dimmi un poco: in uno di questi momenti angosciosi della vita a chi vuoi tu ricorrere, per levarti d’impaccio ? Forse agli amici ?… no: perchè l’amicizia, quantunque Cicerone si sia ingegnato di farcela prendere a noja, con quella sua cicalata a P. Attico, pure ella è sempre cosa di troppo valore, per trovare chi voglia giuocarsela con una domanda imprudente di qualche imprestito per urgenza !  Eppoi gli amici ! oh ! gli amici, in fatto di prestar denaro, hanno un dettato eccessivamente classico che dice: Amicus Plato, sed magis amica moneta. Tu mi farai osservare che quel moneta non è vocabolo gran fatto latino, o che, perlomeno, non rimonta al buon secolo d’Augusto, al secolo classico della lingua: ma in ogni modo quel vocabolo suona abbastanza chiaro ed esplicito per farti capire che gli amici (parlo in generale) non si trovano disposti a prestarti il più vile fra tutti i centesimi battuti dalla zecca fiorentina.

Dopo questa parlantina fatta in modo semiserio, Stanislao si sentì rincuorato, e da quel giovine di buona pasta, che egli era, si lasciò condurre per il naso nel laberinto interminabile delle scadenze e dei riavvalli.

Il vecchio Teodori, spaventato di tanto disordine, chiamò a sè il figliuolo prodigo — ma invano ammonì, invano pregò, invano minacciò.

Stanislao rimase duro e incrollabile, come un sasso della Gonfolina.

Abbandonata la casa paterna, aveva preso in affitto una graziosa villa a Bellosguardo — e là, in codesto Eden suburbano, novello Rinaldo trascorreva i giorni felici e sereni in braccio della incantatrice Armida.

Ma la felicità non dura eterna in questo mondo — e tanto meno nelle cose d’amore.

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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