Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 18-  Un trabocchetto -2


Firenze - Panorama con Orsammichele e Duomo
Firenze – Panorama con Orsammichele e Duomo in una foto tratta dal libro “Firenze” di Tarchiani Nello, 1878

[…]

Era una sera d’Autunno. L’orologio di casa aveva battuto le undici — allorquando tutta la villa rintronò per tre violentissimi colpi di martello, che furono dati alla porta di strada. La Floriani, mezza distesa sopra una chaiselongue, stava leggendo le Fils du Carneval di Lebrun. Stanislao, seduto sopra un piccolo tabouret, dormiva placidamente il sonno dell’innocenza, coIla testa appoggiata sulle ginocchia della Contessa.

Al rumore strano e improvviso, ambedue si alzarono spaventati e, guardandosi in faccia, si domandarono l’uno all’altro:
— Chi sarà mai a quest’ora ?

Dopo pochi minuti, entrò nella stanza il cameriere del Marchese, portando una carta da visita. La Contessa stese prontamente la mano, e prendendo la carta e portandovi sopra gli occhi, cacciò un grido di spavento. Quindi, lasciandosi cadere quasi svenuta sopra una sedia:
— E’ lui ! — disse con voce soffocata, e appena intelligibile.

Stanislao rabbrividì e si fece bianco in viso, come un cero pasquale.

— Dove lo avete lasciato ? — domandò la Contessa, ripigliando fiato a gran fatica.
— È rimasto giù nella sala terrena — rispose il cameriere, il quale non sapeva intendere la cagione di tanto scompiglio.
— Cosa ha detto ?
— Mi ha domandato se la signora Contessa Floriani e il signor Marchese Teodori erano in casa.
— E gli avete risposto ?
— Di sì.
— Imbecille !
— Voleva presentarsi, senza farsi annunziare.

In questo mentre si udirono voci di alterco, nella sala da basso.

— Giovacchino — disse la Contessa, alzandosi a modo di una donna disperata — correte giù: serrate tutte le porte che mettono al nostro quartiere e fate ogni sforzo per cacciar di casa quest’uomo… che non voglio vedere… Avete inteso ?

Il Cameriere uscì.

— Noi siamo perduti ! — soggiunse poi la Floriani, abbandonandosi di nuovo, e lasciandosi cadere sopra un divano.

Stanislao era rimasto di stucco: la paura gli aveva paralizzato le membra. Finalmente riavutosi un poco, si dette a girare di quà e di là per la stanza, come persona che abbia smarrito il cervello. Voleva far coraggio alla Contessa, ma la parola gli restava adesa alla lingua, e non poteva spiccicare una sillaba. Intanto il litigio nella sala terrena cominciava a farsi più forte e più distinto. Fra le altre, si udiva una voce, accentata alla forestiera, che gridava:
— Indietro, canaglia ! io non esco di qui, se prima non ho veduto i vostri infami padroni…

Stanislao un poco ascoltava… e poi tornava a girare per la stanza. Guardò nuovamente se l’uscio del salotto era ben chiuso e tolta la chaiselongue dal suo posto, la collocò a traverso alla porta, a modo di barricata. Poi, quasi gli fosse venuta una ispirazione dal cielo, gridò:
— Siamo salvi ! usciamo dalla piccola scala che mette nel giardino. La chiave, la chiave !

La Contessa si alzò rapidamente, e tutti e due corsero insieme verso una cantoniera, dove erano soliti di tenere la chiave della scaletta segreta, ma la chiave non c’era…

Stanislao si pose le mani nei capelli dalla disperazione, e, gettandosi al collo della Contessa, si dette a piangere, come un ragazzo.

In questo frattempo fu battuto all’ uscio del salotto.

— Aprite ! son’io — disse una voce: era la voce del Calami.
— Amerigo ? — gridarono all’ unisone la Contessa e Stanislao; e tirata da parte la chaiselongue, aprirono l’uscio del salotto.

Il Conte Calami entrò dentro. Aveva i capelli arruffati: la fisonomia alterata: una manica del soprabito fatta in pezzi.

— Sono giunto in tempo per salvarvi ambedue ! — quindi disse, posando una pistola sul tavolino — L’ho disarmato !

Stanislao e la Contessa gli si gettarono al collo, come al loro angiolo tutelare.

— Egli però è sempre giù — soggiunse — e non c’è che un mezzo solo per liberarsene… Accetti ? — domandò a Stanislao.
— Accetto, accetto ! — rispose questi velocemente, prima pur di farsi dire il patto di transazione.
— Io lo conosco da lungo tempo — continuò il Calami — e per altri fatti… lo conosco !
— Ebbene ?
— Ebbene… 1’ho tirato in disparte, e gli ho promesso di pagargli ventimila lire sul tamburo, se accondiscende a partir subito per Marsiglia.
— Accetti ?
— E le ventimila lire ? — domandò Stanislao.
— Le trovo io: distendimi due righe d’obbligazioni… per la fine del mese.

Stanislao corse al tavolino, e preso un foglio di carta, si dispose a scrivere.

— Io sottoscritto — disse il Conte dettando, — mi obbligo di restituire alla fine del corrente mese d’ottobre la somma di lire ventimila fiorentine, al signor Conte Amerigo Calami, essendomi detta somma graziosamente imprestata dal medesmo in più e diversi tempi, come da ricevute a parte. E in fede dico. Lire ventimila. — Domani poi a comodo — continuò il Conte — distenderemo queste ricevute per semplice formalità.
— Amerigo ! mio caro, mio ottimo amico, io ti devo la vita… — disse Stanislao.
— Non l’avevo forse preveduto ?
— Hai ragione !
— Basta cosi: questo non è il momento di perdersi in tardi rimproveri: è il momento di agire, e d’agir prontamente: domani, a giorno, tutto sarà finito.

Il Calami strinse la mano alla Contessa e a Staninislao, in atto di rassicurarli, poi uscì dai salotto. Dopo pochi minuti, l’alterco a pian terreno era affatto cessato. La porta di strada della villa si richiuse, e due individui (il Conte Calami e un altro) ripresero insieme la strada che mena a Firenze.

Giunti in fondo alla scesa, trovarono un legno di vettura, che aspettava. Il Calami vi montò dentro: e voltandosi all’individuo che era rimasto in terra, gli disse pianissimo all’orecchio.

— La burla è stata un po’ forte… ma oramai gliela avevo giurata… Di te mi fido… guarda bene che non lo sappia neanche l’aria…
— Signor Conte, mi conosce da oggi ?
— Lo so: eccoti mille lire, in due fogli di banca. Addio Agonìa !

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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