Carlo Lorenzini (Collodi) – I misteri di Firenze – 18-  Un trabocchetto -5


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Firenze – Panorama

[…]

Il Bifronti, nelle società, era una specie d’animale anfibio: nè carne, nè pesce. Stava con un piede nel mondo aristocratico e coll’altro pescava nella democrazia fino a mezza gamba.  La sorte che presiede pronuba alla culla dei mortali, non lo aveva fatto nascere nè tanto nobile, nè tanto ricco, da potersi imbrancare impunemente coi magnati puro-sangue e nemmeno tanto povero, nè d’origine così schiettamente popolana, che gli fosse agevole rassegnarsi alla condizione di modesto borghese.

Il Bifronti amoreggiava furtivamente colla figlia della Marchesa Olimpia Atalanti, zia di Stanislao: ma la vecchia gentildonna, come era presumibile, non avrebbe giammai consentito di buon animo a imparentarsi colla famiglia dell’Avvocato.

Questi intravide a colpo d’occhio che il giovine Stanislao poteva esser l’uomo fatto proprio al suo caso, non tanto per avere un mezzo d’introdursi in casa Atalanti e di coonestarvi una certa frequenza, quanto per accaparrarsi un messaggero alato d’amore, nella trista ipotesi che la Marchesa, avvedutasi di qualcosa, avesse aperte le ostilità e interrotte le comunicazioni.

Intanto Stanislao, dimesse, come abbiamo detto, le  abitudini della gran società, si era dato a fare il politico, sotto la dettatura dell’ avvocato.

Nei momenti d’ozio, si applicava ai piccoli amori, alle facili conquiste, alle passioncelle clandestine. Le donne di teatro erano la sua debolezza.

O soprani o contralti che fossero, poco importava: Stanislao non badava al registro.

Una tal volta gli venne fatto d’innamorarsi d’una mezza celebrità danzante. La silfide si chiamava Tity !

Il giorno, che terminati i suoi impegni a Firenze, Tity venne scritturata per il teatro di Genova, fu un giorno di smanie indicibili per il povero Marchesino !

Quantunque oramai fosse avvezzo a questi amori teatrali, che durano tutto il tempo d’una scrittura; a queste passioni di palcoscenico, che nascono coll’arrivo alla piazza dell’artista e finiscono colla riscossione dell’ultimo quartale, nonostante, ogniqualvolta giungeva il momento solenne dell’addio, Stanislao sentiva stringersi il cuore, e non sapeva sopportare con disinvoltura il doloroso distacco.

Tity, cui pesavano le spese di viaggio da Firenze a Genova, si gettò al collo del giovine Teodori, e proruppe in un dirottissimo pianto.

Le lacrime delle donne di teatro sono come le lettere anonime: non si sà mai di dove provengano; se dal cuore o dagli occhi !… Stanislao non esitò : esso apparteneva al numero di quegli infelici (o di quei felici) che credono all’ingenuità delle femmine, come a un articolo di fede.

Commosso dalla disperazione della inconsolabile Tity, fece proposito di accompagnarla a Genova.

Ma i denari per il viaggio ?… bisognava trovarli — e Stanislao si dette in corpo e in anima a questa ricerca… molte volte più scabrosa e difficile della ricerca dell’ Assoluto !

Fra gli altri, messe a requisizione anche l’Avvocato: ma questi si schermì, dicendo:

— Se venivi ieri, t’avrei servito con tutto il cuore: oggi, a farlo apposta, mi trovo senza il becco d’un quattrino.

Stanislao s’impermalì: il rifiuto dell’Avvocato gli dispiacque; e, nell’andarsene, fece un certo garbo, come dire : — se ci capiti !

— Aspetta ! vieni qua ! — gridò il Bifronti, che non voleva disgustarsi l’amico — ho in vista la persona che ti potrebbe fare il piacere ! conosci Maestro Andrea ?
— No !
— Lascia fare a me: io lo manderò a chiamare e gli darò ad intendere che tu sei un compromesso politico… e che la polizia ti cerca a guinzaglio rotto. Tu, dal canto tuo, recita bene la parte: digli francamente chi sei e chi non sei ; aggiungili che tuo padre preferirebbe piuttosto vederti chiuso nel Falcone, che darti cento lire per uscir dai confini… insomma hai capito.
— Ho capito.

Detto fatto, nella sera stessa Maestro Andrea si recava a casa dell’Avvocato. L’onesto popolano credette in buonafede alla commedia che gli fu recitata sugli occhi, e tirate fuori le mille lire, che aveva portate seco (a forma della preghiera contenuta nella lettera del Bifronti) le consegnò, una sull’altra, al giovine Teodori.

— È una sommerella — disse il popolano, contando il danaro — che avevo alla Cassa di Risparmio. La mi sta a rappresentare tutto il mio patrimonio e tutta la dote delle mie figliole.
— Vi farò una piccola obbligazione — soggiunse Stanislao.
— Ma che obbligazione ? — replicò vivamente Maestro Andrea — fra i buoni patriotti basta la parola: andate, signor Teodori, e che il Signore vi metta in salvo.

Di lì a poco, il vecchio popolano se ne tornava a casa, contentissimo, in cuor suo, d’aver reso un servigio alla buona causa, trafugando un patriotto allo persecuzioni del Bargello.

— Vedete, se anche da vecchi siamo buoni a qualcosa ! — diceva fra sè e sè: e gli traspariva dal viso una gioja serena, come se il tempo gli avesse scemato cinquant’anni dalla curva delle spalle.

Dopo uua quindicina di giorni, lo scapato Lovelace ritornava da Genova con mille lire di meno — e un disinganno di più !

Oh ! cuor di ballerina !…

[…]

( Carlo Lorenzini (Collodi) – Brano tratto dal libro “I misteri di Firenze – Scene sociali” – 1857)

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