Stiavelli Giacinto – La vita in Toscana nel XIX° secolo – 2 – Osterie e Caffè


Firenze - 2015 - 07 - 09 - DSCF0112
Firenze

Or qui dirò — per curiosità dei miei lettori — che tre erano gli osti popolarissimi di Firenze, la capitale del beatissimo regno, e cioè: Gigi Porco, Beppe Sudicio e Cencio Porcheria, i soli che tenessero aperto la notte fino a ora tarda, e ai quali si potesse ricorrere per rifocillarsi un po’ uscendo dal teatro o da qualche casa. Gli epiteti di porco, di sudicio e di porcheria ci dicono che i tre osti non sempre avevano le mani pulite e che non sempre erano di bucato le tovaglie e i tovaglioli delle loro osterie. A proposito di Gigi Porco, è bellina questa, che ancor si racconta a Firenze :

Certo giorno si presentò alla sua osteria un individuo, che domandò :
— Sta qui Gigi Porco ?
— Si — rispose l’interrogato — Gigi sono io, e lei è il porco.
Il malcapitato rimase con tanto di naso.

Pieni erano anche i caffè, dei quali i più noti e più caratteristici — a Firenze —- erano il Doney, l’Elvetico, il Bottegone e l’Elvetichino. Da Doney andavano i forestieri e i signori, e all’Elvetico gli artisti: orefici, cesellatori, gioiellieri, gettatori di metalli, lavoratori di brillanti, scultori, modellatori, pittori, sbozzatori « tutti tipi schiettamente fiorentini, tutta gente allegra, spensierata, italianissima, pronta di lingua e, capitando il bisogno, anche di mano » come scrive il Collodi, o Carlo Lorenzini, nel suo toscanissimo libro Occhi e Nasi.

« Da questo caffè — narra lo stesso Collodi con quella grazia che gli è abituale — uscivano per il solito quei motti arguti, quegli epigrammi a due tagli e quelle satire corte ed affilate come rasoi, che, passando di bocca in bocca, facevano il giro di tutte le case, di tutti i crocchi e di tutte le brigate, senza che nessuno arrivasse mai a poterne indicare con precisione il nome dell’autore ; lampi spontanei e collettivi dell’antico spirito fiorentino ».
 
Tutti quegli artisti facevano un casa del diavolo da non si dire, fumando e trangugiando ponci, i nostri buoni ponci toscani, i nostri deliziosissimi poncini, dei quali chi non è toscano, o non è mai vissuto in Toscana, non può farsi un’idea.

Fino al 1848 l’Elvetico fu ritrovo « ai capoccia della borghesia liberale » come dice il Martini ; dal 1848 in poi, mutato l’antico nome nell’altro di Caffè Ferruccio, accolse quelli che allora si dicevano gli avanzati, ossiano gli spiriti più amanti di libertà e di novità.

Al Bottegone andava, più che altro, la borghesia in genere, che in estate vi sorbiva dei gelati eccellenti, o di crema o di pistacchio; e all’Elvetichino convenivano (dirò col Collodi citato e ancor da citarsi) « i capi ameni di ogni età, di ogni lingua e di ogni religione ».

Lì un giornalista teatrale  « mentre con una mano si portava alla bocca un pantondo gravido di patria mortadella col finocchio, correggeva coll’altra mano le bozze di stampa di un articolo ; più in là tre o quattro giovani, avvocatini in erba, letteratini sbocciati appena e poetini non ancora gallati, declamavano a voce alta qualche nuova poesia del Prati, arrivata fresca fresca sulle ali dei giornali torinesi; al tavolino accanto, un tenore incimurrito scriveva da se stesso un articoletto in proprio elogio, per risparmiare al giornalista la fatica di scriverlo lui; lì vicino tre poveri cantanti, randagi come i cani senza padroni, ammorbavano l’aria con certi vocalizzi andati a male, da mozzare il respiro ; intorno alla tavola di faccia, altri capannelli ridevano, urlavano, si bisticciavano, e dopo essersi passeggiati fra di loro un sacco di epiteti, che altrove parrebbero ingiurie atroci e che invece a Firenze pigliavano l’aria di vezzeggiativi, se ne andavano chi di qua, chi di là, tutti d’accordo e più amici di prima ».

All’Elvetichino si parlava di un po’ di tutto: di letteratura, d’arte, di politica, ma in ispecial modo di politica ; e non si avevano peli sulla lingua. Le spie non ci capitavano quasi mai « forse per la paura (come scrive l’autore ricordato) che, capitandovi troppo spesso, non avessero finito col diventare un po’ liberali anche loro ».

Or si noti, per altro, che quanto dice il Collodi si riferisce a tempi men lontani, ai tempi, cioè, in cui erano venute di moda le dimostrazioni politiche, le quali, anzi, si preparavano all’Elvetichino, e di là partivano come dal loro quartier generale.

Altri vecchi caffè fiorentini, da ricordarsi, sono quello Widal, quello Landini, quello Bellocci, quello del Leon d’Etruria, quello della Vacca, quello del Giappone, quello Orlandini, quello dell’Arco, quello Michelangiolo (illustrato dalla penna abilissima di Telemaco Signorini) , e, il più vecchio di tutti, quello del Parione, in via Por Santa Maria, che esiste tuttora.

Da ricordarsi è anche il caffè Guarnacci, rinomatissimo per le orzate nell’estate. La sera vi era gran concorso della nobiltà, che vi si fermava in lunga fila con le carrozze per sorbirvi la gustosissima bibita. Or dirò che i caffè si chiudevano la sera alle undici, e che solo il Bottegone aveva il permesso di stare aperto fino alle due di notte, per comodo di coloro che uscivano dal teatro.

( Stiavelli Giacinto, brano tratto dal libro “Antonio Guadagnoli e la Toscana dei suoi tempi” – 1907 )

Firenze - Palazzo Vecchio, foto tratta da Firenze di Nello Tarchiani, 1878
Firenze – Palazzo Vecchio, foto tratta da Firenze di Nello Tarchiani, 1878
firenze-piazza-della-signoria-immagine-tratta-dal-libro-firenze-di-e-muntz-1899
Firenze – Piazza della Signoria – Immagine tratta dal libro “Firenze” di E.Muntz – 1899
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One Comment Add yours

  1. fulvialuna1 ha detto:

    Certo i nomi non invitavano all’osteria! 😀

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