Gabriele D’Annunzio, da “Forse che si forse che no” – Volterra 2/3


Volterra – Battistero, il Campanile e il Duomo – Immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Massa e Carrara, Lucca, Pisa e Livorno” di Strafforello Gustavo – 1890

 

Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d’un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testacei e le lamine di talco.

Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cècina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell’aria incandescente. L’esecrazione d’Isaìa divorò la terra etrusca.

Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci dalle crepe dalle rosure dalle frane dai botri dall’immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d’altura in altura, ad elevarsi.

– Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d’un’anima? Guarda le Balze!

Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall’istessa fucina ond’escì quella a cui Flegiàs tragittò l’Etrusco pellegrino e il duca suo.
[…]

Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch’ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo «più e men caldi». Sul culmine d’un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l’agitazione sonora d’un immenso vampo.

– Ah! voglio tornare indietro!

Il pànico le afferrava la vita, su quell’erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire:

«Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi camici, e l’aria indifferente… Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c’è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m’è presente! Poi s’entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto… E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi… Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c’è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S’intravede un muro fresco che s’alza. C’è l’odore di quella cosa nell’aria. Qualche volta s’incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride, ride, sotto un povero berretto bianco, con un’aria, dolce… E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta stretta…»
[…]

 

( Gabriele D’Annunzio, brano tratto da “Forse che si forse che no”, 1910 )

 

Volterra

 

Volterra – Facciata del Duomo – Immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Massa e Carrara, Lucca, Pisa e Livorno” di Strafforello Gustavo – 1890
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