Lorenzo Viani, Carducci a spasso per la Versilia – 2/3


Valdicastello

Le trombe e le campane di Val di Castello, quel giorno medesimo, avevano fatto andare in collera Giosuè Carducci; il misterioso ospite dell’Albergo era proprio lui. Recatosi al paese nativo, all’insaputa di tutti, per rivedere la casetta in cui nacque il 27 luglio del 1835, alle ore 11 di sera, e il paesetto in cui passò l’infanzia («Io della mia infanzia non ho memorie nè belle nè buone nè curiose»), pare si aggirasse tra la casetta e la chiesa in cui fu battezzato, il tragitto di un tiro di schioppo, rannuvolato e accigliato. Forse lo spettro del grave signore, con gran barba nera e con un libro in mano, che, con gridi ed urli, gli aveva conturbato quella pessima giornata della sua infanzia, gli ribalzava incontro con un sottinteso in corpo ed egli, brandendo ancora la fune con la quale giocava al serpente con una bimba dell’età sua, come fosse un flagello, mentalmente gli riurlava:

– Via, via, brutto te! – quando una voce urlò:
– Oh, Giosuè!

Ad aver prestato fede a quella vecchierella dimagrita, dagli occhi vividi e dai capelli bianchi come una roccata di stoppa, vestita di nero, una nonna Lucia senza solennità, che, appena qualche forestiero si approssimava alla casa del Poeta, faceva apparizione da una casupola ridossata al monte, con la chiave della casa, grande, spropositata, fu lei che, quel giorno, riconobbe il Poeta e lo chiamò familiarmente Giosuè, perchè anche lei era, se bene alla lontana, del ceppato carducciano.

– Ma come riconosceste il Poeta, dopo tanti anni?
– Eh, signore! Il sangue non è mica acqua!

Ad aver prestato fede al cavatore dell’Alta Versilia, Zeus, e a un suo compagno, grave come Epaminonda Tebano, là verso l’ottanta, Giosuè Carducci sarebbe stato avvistato al Marcaccio, presso Seravezza, sul portichetto lastricato della casupola di «Cecco Frate» (lo scolopio versiliese Francesco Donati, amico del poeta e primo maestro del Pascoli, in Urbino). Il volto del Donati, un tempo balenante alfieriana austerità, luminoso e sereno, si era, per un terribile male che lo rodeva, rattratto e aggrinzito e gli occhi appannati da una nube di tedio; la barba sagginata e incolta e i capelli lunghi e sviati gli davano l’aspetto di un eremita mendico.

Lo scolopio, che ai suoi tempi ebbe il capo pieno zeppo di diavolerie poetiche, scendeva, a braccio del cantore di Satana, il poggio sotto cui aspettava un vetturale noleggiato dal Carducci a Massa.

È, in succinto, il racconto che fa il Chiarini di questo incontro nelle memorie carducciane. Un gruppetto di cavatori, insospettito che quel fiero e sdegnoso uomo barbuto, accigliato, fosse il Carducci (i connotati corrispondevano a quelli della stampa che effigiava il Poeta, appesa sulle pareti del «Crocchio»), proruppe istintivamente in una declamazione corale di sondaggio:

A te disfrenasi
il verso ardito
te invoco, o Satana,
re del convito.

Dopo la declamazione, gli sguardi aggufiti dei cavatori, appollaiati sotto uno scheggione, si fissarono in quelli del falco predace, ma nulla vi trapelarono.

[…]

 

(Lorenzo Viani, brano dal racconto tratto dal libro  “Il cipresso e la vite” )

 

Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci

 

Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci
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