Lorenzo Viani, Carducci a spasso per la Versilia – 3/3


Valdicastello – Pieve dei Santi Giovanni e Felicita – 2013 05 25 –

 

L’effigie che il Carducci sceglierebbe per sua tra le migliaia che circolano, credo sarebbe quella fatta direttamente su lui da Adriano Cecioni, rustica, scabra, taurina, e quella fotografia del 1860 fatta da qualche ignoto fotografo pistoiese, quel viso plebeo riceppato d’alterigia, con una ciuffaia di capelli ricci e lanosi sulla fronte piatta e dura, gli occhi iracondi, divergenti, la bocca beffarda, il naso schiacciato, il collo lungo e piegato come i falchi catalani, quando stanno per scendere.

Scultura e fotografia tramandano l’immagine del Poeta tal quale se l’è plasmata nella fantasia il popolo di questa terra che della vasta opera di lui conosce soltanto l’Inno a Satana ed il Ça ira.

Tale era l’ansietà, in questi popolani, cresciuti in un’atmosfera carducciana, di conoscere in persona il Poeta che, a ognuno il quale delle immagini descritte avesse avuto i connotati, anche guasti e corrotti, e si aggirasse nei luoghi del Poeta, dopo essere stato inquisitivamente squadrato da capo a piedi, gli si declamavan versi concitati di sondaggio:

Se da le donne tua maschia dolcezza
tenne il mio tosco accento,
io non voglio i tuoi marmi, o Seravezza,
per il mio monumento.

L’ignoto, a questa declamazione, si voltava, associandosi al rammarico che era nella voce del declamatore:

– Pare impossibile! È tanto bello!

E ignoto e declamatore si estasiavano davanti alla varata della «Tacca bianca», il canalone più fulgido del monte Altissimo.

Certi fanaticoni, per i caratteri spiccati che avevano degli uomini più tipici di questa terra versiliese (il Carducci li assommava tutti nel suo volto possente) e un po’ per certa vanità di abile trucco, sembravano – ai semplici – tanti Carducci a spasso. I fanaticoni, con certi libri misteriosi, si aggiravano nei luoghi più collegati ai ricordi carducciani, sicuri che, prima o poi, qualcuno gli avrebbe chiesto:

«Ma lei è parente del Carducci?»
– Il ceppato è quello.

Ventisei anni fa, come oggi, nuvole grigie, portate dal vento, veleggiavano sul cielo, cenerino; mandrie di pecore, come nuvole dense di bufera, andavano sulla via maestra; sulle spalle dei pastori, sotto l’ombrellone verde, che portavano lette bianche e bigie, gli agnelli nati allora. A cavalcioni alle cavalle rossastre, ravvolte in teli neri, alcune donne allattavano le loro creature.

I pioppi dalle stecchite braccia, lineanti il fiume e gli uliveti, eran ghiacciati dal bianco di manifesti listati di nero:

«Cittadini, Giosuè Carducci è morto. La Versilia, che gli dette i natali, non può lasciare che il giorno del dolore trascorra senza che sia udita la sua voce materna».

La voce, che si udiva della Versilia, spenta dal grigiore degli ulivi, era quella del vento che dallo schienale della grande alpe del Gabberi andava al mare a fondersi con la sua romba. Quelli di Val di Castello, che lo avevano visto nascere, esponevano, quasi increduli, il suo ritratto fra tricolori abbrunati e similmente quelli del Fornetto, presso Stazzema, che lo avevano veduto grandicello.

Nessuna imagine corrispondeva all’altra e su tutte era stampato:

«Tal fui qual fremo in quest’imagin viva».

– Come sarà stato lui?

Un foglio della sera portava la maschera di Giosuè Carducci, formata sul vero: gli occhi sigillati sotto l’impero della vasta fronte, la bocca sigillata sotto il naso ricalcato, tutta l’ossatura leonina in rilievo per la fralezza della carne, barba e capelli ricci a svolazzi bianchi, come la spuma del mare.

Lui, più la morte.

 

(Lorenzo Viani, brano dal racconto tratto dal libro “Il cipresso e la vite” )

 

Valdicastello

 

Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci
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