Guido Carocci, Valdarno – San Miniato 1/2

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S. MINIATO — DALLA CHIESA DI S. PIETRO ALLE FONTI – Foto tratta dal libro “Il Valdarno da Firenze al mare”, 1906

All’estremità occidentale del piano empolese, sopra il vertice ondulato di un poggio che a guisa di sprone si protende verso la valle dell’Arno, distende la lunga linea dei suoi edifizi la città di San Miniato, alternativamente chiamata al Tedesco e al Fiorentino, capoluogo di un vasto circondario della provincia di Firenze. La lunga e irregolare distesa delle sue case biancheggianti, interrotta di tanto in tanto dalla massa grandiosa di chiese e di palagi, coronata di torri e di campanili, segue le sinuosità del monte ed a chi la guarda da lontano dà l’idea che San Miniato sia una ampia e popolosa città. Invece, San Miniato, se possiede una storia e tradizioni gloriose da fare invidia a centri molto più importanti, non può considerarsi che come un lunghissimo borgo che di tanto in tanto si allarga per costituire delle piazze e che si dirama in piccole e brevi strade minori.

San Miniato non ha che 3500 abitanti o giù di lì, ma, in compenso, offre l’aspetto e l’importanza di una piccola capitale, di un centro di movimento e di affari tutt’altro che insignificante, essendo sede di numerosi uffici pubblici. Ma queste sue qualità, diremo così, officiali, sono di gran lunga superate dalle attrattive che San Miniato offre per la sua meravigliosa situazione, per la vaghezza dei giardini che l’allietano, per la ricchezza infinita di edifizi e di opere d’arte che la rendono una delle più simpatiche e delle più leggiadre fra le città secondarie della Toscana.

L’origine sua si perde nel mistero de’ tempi lontani, e le vicende della sua storia molteplici e fortunose mal si riassumerebbero in questa modesta illustrazione. Forse fu qui un villaggio o vico romano al quale si sostituì nel basso medioevo un castello posseduto da nobili Longobardi. Certo è che fin dal secolo IX, dopo una non breve permanenza fattavi da Ottone I Imperatore, San Miniato, che dal titolare d’un’antica chiesetta ebbe nome, divenne la residenza d’un rappresentante o Vicario degl’Imperatori di Germania che in Toscana ne tutelava l’autorità e gl’interessi. Gli abitanti però male si assoggettarono al dominio della signoria straniera e per due volte, nel XII e nel XIII secolo, devastarono e abbandonarono la loro terra, andando a popolare due sottostanti borghi della pianura: Vico Wallauri che si chiamò poi San Genesio e Santa Gonda. Ma irrequieti, desiderosi di libertà e d’indipendenza, si rivolsero anche contro chi li aveva ospitati, e, distrutto San Genesio, annientato il borgo di Santa Gonda, tornarono al loro dolce colle, contendendo i diritti degl’Imperatori e de’ loro Vicarî.

Riuscirono così ad acquistarsi una certa autonomia, perchè gl’Imperatori, pur di non perdere quella specie di vedetta che nel cuore della Toscana rappresentava tuttora quell’autorità feudale che sfuggiva loro dalle mani, cercarono di cattivarsi l’animo dei Sanminiatesi e permisero loro di costituirsi in libero comune, il quale, proprio sotto gli occhi del Vicario Imperiale, giunse fino a far parte della lega guelfa.

Federigo Barbarossa e poi Federico II dimorarono lungamente nella loro rocca, esercitarono di lassù l’autorità loro, tentarono di raccogliere e di animare le forze del partito ghibellino; ma la marea guelfa incalzava senza tregua e nello stesso castello di San Miniato s’accendevano di continuo le contese più violente fra i partigiani delle due opposte fazioni. Il potere imperiale scomparve travolto dall’irruenza di parte guelfa ed i Fiorentini, profittando delle discordie intestine che agitavano senza tregua l’ultimo propugnacolo dell’autorità degl’Imperatori, strinsero d’assedio il castello, lo espugnarono e nel 1369 lo aggregarono senz’altro al territorio della loro potente Repubblica.

Il castello di S. Miniato ebbe in origine modesta estensione e le sue solide mura racchiudevano appena il cocuzzolo del poggio sul quale sorgeva la rocca imperiale. Di questa rocca, che fu gettata al suolo ed abbandonata, altro non resta oggi che l’alta e smantellata torre, che, simbolo di una potenza e di una grandezza tramontate, domina una gran parte del Valdarno e le vicine valli dell’Elsa e dell’Evola. Su quel prato deserto e silenzioso dove crescono e prosperano i fiori, a formare uno strano contrasto collo squallore di quel cupo rudere, fu la residenza degli orgogliosi Imperatori tedeschi, fu la dimora dei loro Vicarî e fra quelle mura, oggi rase al suolo, si svolsero truci e misteriosi drammi. Di uno, specialmente, è giunto fino a noi il ricordo, tramandato dagli storici: la fine infelicissima di Pier della Vigna, il celebre ministro di Federigo II, che caduto in disgrazia del suo signore, fu qui tratto in catene nel marzo del 1249 e barbaramente acciecato, sicchè in un impeto di disperazione si uccise fracassandosi il cranio contro le pareti del carcere.

Accanto alla torre eccelsa, dall’alto della quale lo sguardo può errar liberamente attraverso a mezza Toscana, sono stati incisi a ricordo del caso pietoso i versi di Dante:

«Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cuor di Federigo e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi
che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi».

[…]
 

( Guido Carocci, brano tratto dal libro “ Il Valdarno da Firenze al mare”, 1906 )

 

S. MINIATO — CATTEDRALE – Foto tratta dal libro “Il Valdarno da Firenze al mare”, 1906
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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. fulvialuna1 ha detto:

    Interessante.

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  2. Queste monografie/guide sono splendide. Credo che raccolte in un libro avrebbero un gran successo. Scrivo anche per informare che domani (8 aprile 2018) ci sarà una ragione in più per camminare paese e rocca leggendo le righe dell’articolo, questo: http://www.festadegliaquiloni.it/

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